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Il tempo e la vita quotidiana nel carcere: presente senza futuro e forme di resistenza biografica

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Il tempo e la vita quotidiana nel carcere: presente senza futuro e forme di resistenza biografica Vincenza Pellegrino, ricercatrice, Università di Parma Maria inglese, psichiatra,
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Il tempo e la vita quotidiana nel carcere: presente senza futuro e forme di resistenza biografica Vincenza Pellegrino, ricercatrice, Università di Parma Maria inglese, psichiatra, Unita Carcere Az USL di Parma Mi è stato fatto l'invito a scrivere una riflessione sul tempo e sul futuro, sul significato che può assumere se a parlarne è un ragazzo che si trova in carcere da 20 anni e che consapevolmente ci invecchierà e ci creperà. Ho io una domanda per voi, molto semplice forse banale, chiedo scusa ma la faccio: allora quale è il senso di fine pena 31 dicembre 9999 ? ergastolo ostativo, carcere di Parma Contenitore di umana resistenza Nel quale tutto si misura Nel pieno del suo mistero Concezione astratta cadenzato Espiazione fine pena ergastolo ostativo, carcere di Parma 1. Premessa: la gestione del tempo nel carcere immateriale. Ovvero: l evoluzione della reclusione dall annientamento dei corpi a quello delle menti Il carcere è quel luogo istituzionale in cui si somministra una sofferenza legale, in cui cioè la pena giuridicamente stabilita si dà come sofferenza (altrimenti che pena sarebbe?) dosata tuttavia in un modo tale da consentire la possibile rieducazione del reo. Nel doppio mandato istituzionale, punire e ri-generare, sta la profonda ambivalenza del carcere di cui parlano Gallo e Ruggero (1989). I due autori si interrogano soprattutto sul modificarsi delle strategie istituzionali per tenere insieme le missioni del carcere - inflizione della sofferenza e rigenerazione - nella seconda parte del XX secolo scorso, caratterizzata da un approccio più critico alle istituzioni totali. Lentamente il carcere - dopo aver assolto alla funzione istituzionale di distruzione dei corpi reclusi nei periodi storici della punizione esemplare e dell'annientamento fisico dei rei - pare assumere una funzione più dolce, determinata dall'uso materiale produttivo dei detenuti. In tal senso oggi i regimi di carcere speciale sono nominati come forme di reclusione apparentemente anomale, vestigia di un modo - apparentemente in dismissione - di dare sostanza all esigenza militare dello Stato moderno, quella di punire i nemici irriducibili con la distruzione fisica. Certo, le due forme di carcere materiale (la gestione dei corpi con l annientamento fisico da un lato e la messa in produttività dall altro lato) non corrispondono a una successione lineare: viceversa, essi hanno coabitato nella modernità di gran parte dei paesi europei. Ma ciò che mi pare interessante ai fini del nostro saggio è la sottolineatura da parte degli autori del rapido modificarsi della scena carceraria oggi. La messa in produttività negli ultimi decenni parrebbe spostarsi verso l esterno del carcere: non esisterebbe più l idea del carcere-fabbrica del primo capitalismo, il lavoro e lo sfruttamento dei detenuti nel carcere contemporaneo sarebbero dislocati in buona parte fuori dal carcere, in quello spazio sociale carcerario trasversale costituito dall'intreccio tra lavoro precario e attività marginali (Gallo e Ruggero, op. cit). Ciò comporta un graduale spostamento della reclusione verso ciò che i due autori hanno chiamato il carcere immateriale : una modalità di svuotamento dell esistenza, un lavoro istituzionale dedito all annichilimento del senso biografico all interno delle mura carcerarie, con evidenti ricadute non solo sui detenuti ma anche sugli stessi carcerieri- Questi ultimi sono sempre meno esplicitamente legittimati alla tortura e alla distruzione dei corpi, appunto, ma non sono funzionari della produzione (come potevano intendersi nel modello delle carcerifabbrica ad esempio) o della rieducazione alla produttività. E una progressiva, complessa smaterializzazione dell'istituzione, una forma di repressione debole che d altra parte andrebbe di pari passo con le forme della governamentalità proprie dell intera società, con l interiorizzazione dell ordine ottenuta attraverso il governo dei tempi di vita (e dei significati ad essi attribuiti) più che attraverso la coercizione. Il che comporterebbe una sorta di lenta realizzazione del carcere riformato come carcere tendenzialmente autogestito, e dell autogestione come risultato di un asservimento ai ritmi, ai codici, ai modi con cui il tempo viene svuotato di senso. L idea è quindi quella del carcere oggi come mondo in cui gli aspetti espliciti e materiali dell'etero-coercizione vengono via via soppiantati da invisibili meccanismi di (auto)repressione, attraverso dispositivi sottili tra cui spicca la gestione del tempo, il tempo svuotato di ogni scopo e restituito da auto-gestire in proprio. La tortura dello spazio - che caratterizzava il carcere tradizionale, brutalmente fisico, che pur sopravvive - è via via sostanziata nella tortura del tempo, nella sua deformazione e nella compressione della comunicazione che ne deriva, come vedremo. Certo, anche nella dimensione materiale e fisica di gestione diretta dei corpi, è bene ricordarlo, esisteva una modalità di dominio interiorizzata, o se vogliamo tradotto in auto-organizzazione. L idea di essere sempre sorvegliati nello spazio - per ritornare al pensiero classico di Foucault (1976) - faceva sì che i detenuti fossero presi in una situazione di potere di cui si facevano portatori. Sorvegliare (costruire architettonicamente un sistema in cui non si era mai persi di vista) voleva dire estendere il potere dentro le persone, renderle sempre (auto) controllate, qualsiasi cosa facessero realmente i carcerieri. Tuttavia sembrava possibile - in una forma di carcere materiale che si concentrava sul dominio e il controllo degli spazi - stabilire una discontinuità tra interno ed esterno: uno spazio privato residuale sussisteva e permetteva una soglia divisoria tra norma oggettiva e norma interiorizzata. Sulla gestione del tempo, non dello spazio, si gioca invece oggi un inedito profilo di afflizione e di controllo interiorizzato. Per descrivere questa transizione, i due autori fanno ricorso alla descrizione del carcere piranesiano. Piranesi intorno al 1745 (si veda Praz 1975) ridisegna l immaginario architettonico della pena introducendo una dimensione prima impensata: la dimensione del tempo come elemento fisico e come concetto metafisico. E proprio il tempo ad essere indicato come condizione del passaggio dal carcere materiale al carcere immateriale, un passaggio probabilmente auspicato - immaginato come evoluzione ad un carcere meno violento - eppure davvero molto inquietante. Nei disegni di Piranesi vi sono scale elicoidali, pozzi senza fine, soffitti irraggiungibili, insomma il ripetersi all infinito delle forme: è l occhio della mente che deve disimparare immagini che traducano il concetto di libertà. Il carcere immateriale è una forma di restrizione mirata a interiorizzazione un infinito senza tempo. Un passaggio ulteriore può essere fatto se concepiamo che le architetture disegnate da Piranesi a nostro avviso non si sono realizzate materialmente con i mattoni ma con le carte : sono le pareti fatte da ingranaggi burocratici che oggi sostanziano quel tipo di reclusione. Le regole e le carte richieste per condurre le giornate, i permessi necessari per poter muovere il tempo nel carcere potremmo dire, sono tali per cui la mente perde la dimestichezza con la possibilità di utilizzare davvero il tempo. La sopravvivenza nel carcere implica accettazione e interiorizzazione di regole burocratiche sul tempo, e così l interiorizzazione delle norme da cui sono generate. Nel carcere immateriale il tempo non ha più misuratori esterni, materiali o produttivi che siano. Il tempo - mediato dalle burocrazie a cui sono sottoposti i detenuti - diviene il tempo dell auto-censura, o meglio dell auto-addestramento all attesa, appunto. Infine, se la pena di smaterializza (i corpi, per quanto spesso sottoposti a violenza, lo sono in modi sempre meno legittimati dall istituzione), essa si traduce nella tortura burocratica della sottrazione di senso al tempo. Il tempo viene spogliato totalmente dal senso, anche quello utilitaristico e brutale della produzione. Si punta ad una gestione radicalmente burocratica del tempo, il suo svuotamento di senso autonomo diviene fattore totale di pena e di addestramento normativo. Come dice Ricciardi (2015), il carcere prende il tuo orologio, la catenina, l identità, così spogliandoti di tutto ma soprattutto svuotando il tempo fissa il tuo sguardo nel vuoto. Volendo approfondire questa lettura, il presente saggio si dedica alla questione del tempo vissuto dai carcerati. In particolare, nel prossimo paragrafo esploreremo ancora - pur se rapidamente - il modo in cui agisce la detenzione per deprivazione di tempo (o meglio per svuotamento di senso del tempo). Nei paragrafi seguenti, esporremo i risultati dell indagine qualitativa basata su materiali narrativi raccolti nel carcere di Parma e centrati proprio sulla concettualizzazione del tempo 1. Quali costrutti e quali pratiche assume la resistenza dei carcerati ergastolani alla deprivazione del tempo (se resistenza c è)? Come viene narrato il tempo a venire e in che modo esso si lega con quanto è passato? In particolare, quali forme di resistenza narrativa mettono in atto gli ergastolani ostativi la cui fine pena è provocatoriamente e burocraticamente immaginata al 31 dicembre 9999? 2. La mente deprivata del tempo che scorre e la capacità residuale di aspirare al futuro Spazio e tempo sono l elemento onnipresente del sensibile. Non sono oggettivabili di per sé primariamente, ma racchiudono tutto ciò che è oggettivo. Spazio e tempo non li percepiamo di per sé, come altri oggetti, ma li percepiamo con gli oggetti, e nelle esperienze prive di oggetti ci sentiamo ancora nel tempo. Spazio e 1 Si veda appendice metodologica. tempo non esistono di per sé. Anche là dove sono vuoti li possiamo cogliere in rapporto agli aspetti che li riempiono e li limitano. (Jaspers, 1964) Il tempo e lo spazio sono elementi centrali nelle analisi psicopatologiche di stampo fenomenologico di inizio 900. Karl Jaspers nel 1913 ha dedicato un testo fondamentale alla descrizione della psicopatologia a partire dal sentire diretto dei pazienti e dalle parole con le quali tentano di dare forma all esperienza psichica alterata, sia in senso psicotico che depressivo. Nel testo di Jaspers si trova una dettagliata descrizione del rapporto con lo spazio e con il tempo in termini psicopatologici, a partire dall esperienza comune o cosiddetta normale fino a quella che si definisce alterata o anormale. Nel nostro specifico, il tempo nelle descrizioni raccolte dallo psichiatra tedesco viene ad alterarsi rispetto allo scorrere (più lento o più veloce) e alla esperienza diretta del procedere verso (il tempo non procede, rimane fermo, il tempo è perduto e addirittura si arriva all esperienza del tempo che si ferma totalmente). Tali esperienze finiscono con l influenzare la capacità di mettere in connessione il passato, il presente ed il futuro. Le descrizioni raccolte da Jaspers ricordano davvero da vicino i racconti che sono stati prodotti dai detenuti di Parma nell esperienza del tempo immobile che viene descritto. Vediamo alcuni esempi: Io non posso più prevedere nulla, come se non esistesse più alcun futuro. Io penso sempre che ora debba tutto finire e che domani non esisterà più nulla ; Non esiste un presente, ma solo un essere in rapporto con il passato. Il futuro si contrae sempre più. Il passato è tanto più opprimente, si getta su di me, mi tira indietro. Io sono come una macchina, che sta ferma in un posto e lavora. Si lavora in modo che quasi tutto si strappa, ma resta ferma ; La vita è ora come un nastro che scorre. Ma non c è scritto nulla sopra, scorre così ed è sempre uguale. Non ho mai saputo che la morte avesse questo aspetto. Sèguito ora a vivere per l eternità, fuori, seguito ad andare avanti, le foglie si muovono, gli altri passano dalla sala, ma per me il tempo non passa. Il tempo resta fermo: oscilla perfino tra il passato e il futuro. E un tempo noioso, senza fine. Possiamo in tal senso accostare l esperienza di arresto del tempo che prova una persona detenuta per lunghi anni (decenni, nella maggior parte dei nostri testimoni) con l esperienza di alterazione delle coordinate spaziotemporali nella psicopatologia della depressione o della psicosi. E una mente ferita, ripiegata su se stessa, convinta di essere incompresa e incomprensibile ad altre forme mentali poiché privata del comune sentire o scandire le biografie. Una mente intossicata dalla sua dimensione radicale di solitudine esistenziale. A ben pensarci, rispetto alla produzione di questi vissuti e di queste disposizioni mentali, il carcere non appare uno spazio sociale a parte, anzi appare emblematico, se vogliamo, rispetto a processi di presentificazione totale del tempo caratterizzanti oggi l intera società (Harvey 1993; Koselleck 2007; Leccardi 2009, 2012). Numerosi studi mostrano come l'esperienza oggi tenda a concentrarsi sul presente (a presentificarsi appunto) a dispetto della capacità di rapportarsi al futuro e al passato, tanto a causa di processi culturali - tra cui la crisi profonda del discorso utopico di matrice novecentesca, l affievolirsi della capacità istituzionale di trasmettere narrazioni unitarie sul tempo, ecc. -, così come a causa di dimensioni sociali, materiali e organizzative potremmo dire, proprie del sistema capitalista tardo moderno (l aumento di stimoli veicolati dalla tecnologia che non permettono mai l alzata di sguardo dallo schermo di un computer, per fare un esempio, e così via). Ciò induce un ripiegamento delle biografie sulla dimensione del presente, soprattutto a discapito del futuro. In tal senso, la difficoltà nel mettere in relazione il passato, il presente e il futuro pare un elemento di continuità tra interno ed esterno del carcere oggi, che ciò sia dovuto al rallentamento burocratico di qualsiasi azione (all interno) o al contrario all accelerazione tecnologica degli stimoli (all esterno). Processi opposti (rallentamento e accelerazione) paiono sostanziare una comune e radicale scomparsa del futuro, il quale diviene in tal senso un oggetto culturale particolarmente interessante per gli studiosi. La percezione dello scorrere del tempo verso qualcosa, le immagini e i pensieri legati al costrutto di futuro divengono interessanti poiché rimandano tanto all idea di capacità esistenziale - capacità di costruzione del senso biografico quanto all idea di capacità sociale (capacità di agire in funzione di futuri desiderabili ed incubati collettivamente, per riprendere Jedlowski, 2013). La capacità di aspirare (di iscriversi in un processo di immaginazione rispetto ad orizzonti da costruire) pare oggi una delle dimensioni più importanti nella costruzione sociale delle soggettività, di narrazioni sulla propria condizione che consentano una migliore collocazione (Appadurai 2011, 2014). Perduto il senso del tempo, perduta la collocazione del presente rispetto ad un desiderato futuro, sarebbe perduta anche la capacità di concettualizzare la propria condizione di soggetto sottoposto ad un ordine. Ciò che ci interessa sottolineare qui è come il tempo carcerario (un tempo incarcerato nel presente ) sia diffuso anche fuori dallo spazio carcerario, il che costituisce una chiave di lettura interessante sulle analogie crescenti tra le forme di governo (i dispositivi di potere) dentro e fuori il carcere. Sviluppando ulteriormente il nostro ragionamento, vorremmo introdurre l idea di una possibilità di fuga da questa presentificazione del tempo. Abbiamo già accennato alla capacità di aspirare. Come dice lo stesso Appadurai (op. cit.), per leggere la capacità di aspirare occorre partire da condizioni materiali e concrete invivibili (l antropologo descrive i discorsi sui luoghi abitativi dotati dei comuni servizi, anche igienici, dove la giovane classe media potesse andare a vivere), coinvolgendo soggetti in carne ed ossa con i loro apparati cognitivi, materiali e di immaginazione rispetto al futuro. L autore parla esplicitamente di pazienza della ricerca-azione sociale perché in questi processi di lenta conquista si dia il tempo alle cose affinché da concrete e materiali diventino simboliche. La capacità di compiere tale passaggio, pur mortificata, oggi è presente, ineludibile, si produce in modo endogeno anche nei luoghi di dominio e sofferenza. I giovani precari in occidente, i poveri radicali delle periferie nelle grandi metropoli asiatiche e così via: numerosi autori mostrano forme di aspirazione anche nei contesti di forte incertezza esercitata dal presente, di mancata elaborazione politica (o di una incompiuta elaborazione politica) sul futuro auspicabile (Pellegrino 2013). Anche laddove la condizione di appiattimento sulla giornata presente pare fortissima, soggetti e gruppi producono discorsi sul futuro, e soprattutto discorsi sul desiderio di futuro e così facendo producono soggettivazione, cioè producono processi controfusionali rispetto al sistema di potere in cui sono immersi. Tali studi infine mostrano come la concettualizzazione del futuro in termini di possibilità (e non solo di probabilità, che per un ergastolano sono pochissime, appunto) sia una forma potente di resistenza biografica che permette innanzi tutto di ripensare le narrazioni altrui sul futuro, di riappropriarsi simbolicamente del tempo, e solo poi dandosi compiti rispetto ad esso. Un laboratorio di scrittura all interno del carcere sul tema del futuro rappresenta in questo senso uno strumento importante. La narrazione - e la narrazione autobiografica scritta, in particolare - è uno strumento privilegiato per stimolare e esplorare questa capacità di resistenza. Anche nel testo di Jaspers sulla mente ferita dalla distorsione del tempo, di cui abbiamo parlato, un capitolo è dedicato al valore della bio-grafia e ai modi in cui la raccolta di racconti, spontanea o stimolata, possa contrastare le sofferenze date dal rapporto alterato con il tempo, e aiutare al ripartire della vita (il capitolo si intitola infatti Il corso della vita ): Ogni vita psichica è un tutto come forma temporale. Ogni vera storia clinica conduce alla biografia. La malattia psichica ha le sue radici nell insieme della vita e per la sua comprensione non si può staccare da essa. Questo insieme si chiama il bios dell uomo, la cui descrizione e il cui racconto si chiama appunto biografia. La biografia quindi non è una semplice sequenza temporale di avvenimenti ma piuttosto si tratta di elementi strutturati tra loro qualitativamente. Si mettono uno accanto all altro, il corso biologico dell esistenza (con le sua tappe fisiologiche di comune esperienza) e la storia interiore - con tutto l apparato di desideri, illusioni, fantasie e fantasmi-, ed infine si elencano le prestazioni e le opere che ciascuno di noi mette in azione (o fallisce nel farlo). Queste ultime, le opere, hanno un valore che occorre sottolineare nel nostro discorso: Per la storia della vita interiore sono di essenziale importanza le prestazioni, le azioni, le opere, nelle quali l uomo si obiettivizza attraverso la partecipazione a quanto vi è di generale e di valido. Tutti questi sviluppi avvengono in un quieto divenire, nel crescere e nel maturare, ma in essi si determinano anche le trasformazioni critiche, insorge improvvisamente il nuovo e i grandi passi sono realizzati come salti. In tal senso Jaspers ci ricorda quanto dell umano tratteniamo appunto dalle opere che egli realizza, che si tratti di opere concrete o di opere immateriali: Noi dobbiamo restare, come studiosi, in una biografia sempre aperta a nuove possibilità che lascia ancora libero nell insieme ciò che è vero ed essenziale, cioè le profondità dell essere umano che non si possono conoscere psicologicamente, ma che solo la filosofia e la poesia possono illuminare. Questo estremo riesce nella biografia solo nel racconto di quanto è accaduto, una sola volta. Pertanto ciò che non ci è dato sapere, può forse essere sentito attraverso il racconto. Vi è quindi un legame profo
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