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IL TERRORISMO SUICIDA NEL CASO PALESTINESE: UNA RICERCA EMPIRICA ( )

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IL TERRORISMO SUICIDA NEL CASO PALESTINESE: UNA RICERCA EMPIRICA ( ) di Francesco Marone Though this be madness, yet there is method in t William Shakespeare, Hamlet (161?) Our jihad action has exposed
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IL TERRORISMO SUICIDA NEL CASO PALESTINESE: UNA RICERCA EMPIRICA ( ) di Francesco Marone Though this be madness, yet there is method in t William Shakespeare, Hamlet (161?) Our jihad action has exposed the enemy weakness, confusion, and hysteria. It has become clear that the enemy can be defeated, for if a small faithful group was able to instill all this horror and panic in the enemy through confronting it in Palestine and southern Lebanon, what will happen when the nation confronts it with all its potential... Martyrdom actions will escalate in the face of all pressures... [they] are a realistic option in confronting the unequal balance of power. If we are unable to effect a balance of power, we can achieve a balance of horror. Fathi Shiqaqi, Segretario Generale della Jihad Islamica Palestinese, 1995 (1) Negli ultimi anni il fenomeno della violenza terroristica ha acquisito un indubbia rilevanza politica, specialmente nella forma degli attacchi suicidi. Numerosi studi hanno recentemente dimostrato che, a differenza di quanto riporti una vulgata piuttosto diffusa, gli attacchi suicidi non sono opera di singoli individui irrazionali o addirittura folli; al contrario, costituiscono azioni strumentalmente razionali condotte da organizzazioni che perseguono scopi politici piuttosto precisi attraverso una strategia (1) Citato in Robert A. PAPE, The Strategic Logic of Suicide Terrorism, in «American Political Science Review», XCVII, 23, pp (il passo citato è a p. 354). Shiqaqi, fondatore e leader della Jihad Islamica Palestinese, fu assassinato a Malta nel 1995, presumibilmente dai servizi segreti israeliani. 28 FRANCESCO MARONE definita (2). Gli attacchi suicidi, come tutti gli atti di terrorismo, possono essere visti come l espressione di una strategia politica, soggetta ad un calcolo di costi e benefici (3). Uno degli aspetti più significativi delle scelte strategiche delle organizzazioni terroristiche riguarda la selezione delle vittime che, lungi dall essere totalmente casuale, risponde a precisi criteri connessi alla strategia adottata dall organizzazione. Questo tema ha ricevuto finora scarsa attenzione, nonostante la sua evidente importanza (4). La letteratura pertinente è esigua e dominata da studi di caso (5), solitamente privi di respiro teorico. In questo articolo intendo esaminare la logica politica della selezione delle vittime della violenza terroristica nel caso degli attacchi suicidi palestinesi. Il testo si divide in cinque sezioni. Nella prima sezione presento concisamente i concetti di terrorismo e di attacco suicida; nella seconda sezione esamino l impiego degli attacchi suicidi nel conflitto (2) Si vedano, tra gli altri, Ehud SPRINZAK, Rational Fanatics, in «Foreign Policy», CXX, 2, pp ; Robert A. PAPE, The Strategic Logic of Suicide Terrorism, cit.; ID., Dying to Win: The Strategic Logic of Suicide Terrorism, New York, Random House, 25; Jim WINKATES, Suicide Terrorism: Martyrdom for Organizational Objectives, in «Journal of Third World Studies», XXIII, 26, pp (3) Riferimento d obbligo è Martha CRENSHAW, The Logic of Terrorism: Terrorist Behavior as a Product of Strategic Choice, in Walter REICH (a cura di), Origins of Terrorism: Psychologies, Ideologies, Theologies, States of Mind, Cambridge, Cambridge University Press, 199, pp (4) Ancora recentemente due studiosi di terrorismo si sono chiesti «come le organizzazioni terroristiche scelgono i loro destinatari, dati gli scopi strategici e i vincoli sotto i quali agiscono? Questo è un argomento in qualche modo trascurato nella letteratura sul terrorismo» (Luis DE LA CALLE e Ignacio SÁNCHEZ-CUENCA, The Production of Terrorist Violence: Analyzing Target Selection within the IRA and ETA, Estudio/Working Paper 26/23, Madrid, Instituto Juan March, Dicembre 26, p. 1). Gli stessi autori, alla conclusione del loro studio sull IRA e l ETA, sollecitano un analisi della selezione delle vittime della violenza terroristica palestinese: «Lo schema teorico che abbiamo sviluppato potrebbe essere esteso in numerose direzioni. Una comparazione naturale è Israele, dove abbiamo un conflitto nazionalista con parametri molto diversi da quelli dell Irlanda del Nord e del Paese Basco: maggiori risorse, maggiore repressione, sostenitori con preferenze radicali ed una reale competizione tra organizzazioni terroristiche» (ibidem, p. 27). (5) La maggior parte degli studi di caso sulla selezione delle vittime riguarda il terrorismo europeo. Tra i contributi più interessanti segnalo Donatella DELLA PORTA, Il terrorismo di sinistra, Bologna, Il Mulino, 199, pp e 245-5; Robert W. WHITE, The Irish Republican Army: An Assessment of Sectarianism, in «Terrorism and Political Violence», IX, 1997, pp. 2-55, e la replica di Steve BRUCE, Victim Selection in Ethnic Conflict: Motives and Attitudes in Irish Republicanism, in «Terrorism and Political Violence», IX, 1997, pp ; Luis DE LA CALLE e Ignacio SÁNCHEZ-CUENCA, La selección de víctimas en ETA, in «Revista Española de Ciencia Política», VI, 24, pp IL TERRORISMO SUICIDA NEL CASO PALESTINESE 29 israelo-palestinese dal 1993 al 25, servendomi di un database da me compilato; dedico la terza sezione all analisi della selezione delle vittime degli attacchi suicidi palestinesi, soffermandomi sul numero di morti e feriti provocati, sul tipo di vittime e sui loro caratteri socio-demografici; nella quarta sezione esploro la logica politica della violenza indiscriminata contro i civili; nella quinta sezione espongo alcune riflessioni conclusive (6). 1. Il terrorismo e gli attacchi suicidi Il concetto di terrorismo è certamente uno dei più problematici delle scienze sociali. Gli studiosi hanno proposto moltissime definizioni diverse senza raggiungere un accordo comune (7). In effetti, la definizione del terrorismo si rivela particolarmente disagevole, per almeno due ragioni che di fatto tendono a rafforzarsi a vicenda. La prima ragione è concettuale: il concetto di terrorismo è vago, non stabilendo confini precisi alla sua estensione, e perciò soggetto al rischio di «stiramento concettuale» (conceptual stretching) nel senso definito da Sartori (8). La seconda ragione è valutativa: l espressione, seguendo un curioso percorso storico, ha assunto nel Novecento una profonda valenza denigratoria. (6) L appendice presenta una descrizione sintetica del database originale di cui mi sono avvalso. (7) Nella vasta letteratura sulla concettualizzazione del terrorismo si vedano, a titolo esemplificativo, Martha CRENSHAW, The Concept of Revolutionary Terrorism, in «Journal of Conflict Resolution», XVI, 1972, pp ; Luigi BONANATE, Dimensioni del terrorismo politico, in ID. (a cura di), Dimensioni del terrorismo politico. Aspetti interni e internazionali, politici e giuridici, Milano, Franco Angeli, 1979, pp ; Jack P. GIBBS, Conceptualization of Terrorism, in «American Sociological Review», LIV, 1989, pp ; Alex P. SCHMID, The Response Problem as a Definition Problem, in «Terrorism and Political Violence», IV, 1992, pp. 7-13; Donatella DELLA PORTA, Terrorismo. 2. Il terrorismo nel mondo contemporaneo, in Enciclopedia delle scienze sociali, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, vol. VIII, 1998, pp ; Charles TILLY, Terror, Terrorism, Terrorists, in «Sociological Theory», XXII, 24, pp. 5-13; Leonard WEINBERG, Ami PEDAHZUR e Sivan HIRSCH-HOEFLER, The Challenges of Conceptualizing Terrorism, in «Terrorism and Political Violence», XVI, 24, pp Da ultimo, Neil J. SMELSER ha autorevolmente ribadito i «problemi infernali della definizione e della designazione» del terrorismo (The Faces of Terrorism: Social and Psychological Dimensions, Princeton (N.J.), Princeton University Press, 27, Appendix, pp ). (8) Giovanni SARTORI, Concept Misformation in Comparative Politics, in «American Political Science Review», LXIV, 197, pp 21 FRANCESCO MARONE In assenza di termini sostitutivi degni di nota, si può comunque proporre una definizione utile, collocabile ad un livello piuttosto alto della scala di astrazione, secondo cui il terrorismo è una strategia di violenza politica organizzata perseguita da attori non statuali allo scopo di piegare la volontà e la resistenza di uno stato (9). Il terrorismo si differenzia da altre strategie di violenza organizzata ribelle, come la guerriglia, l insurrezione rivoluzionaria ed il colpo di stato, per la sua natura indiretta, volta ad alterare le motivazioni dell avversario senza intervenire direttamente sulle sue risorse e capacità (1). La strategia del terrorismo può assumere diverse forme, tra cui quella, appunto, degli attacchi suicidi. Tale forma, fino a poco tempo fa largamente trascurata nella letteratura sul terrorismo (11), è meritevole di attenzione per la straordinaria rilevanza politica che ha assunto negli ultimi anni. Inoltre, appare particolarmente adatta allo studio della selezione delle vittime, perché, minimizzando la componente casuale dell attacco, rivela con chiarezza le scelte strategiche dell organizzazione. Per attacco suicida si intende un atto di violenza politica organizzato e premeditato, condotto in maniera clandestina contro obiettivi nemi- (9) Come hanno argomentato numerosi studiosi, è opportuno distinguere il terrorismo non statuale dal terrore statuale, riconoscendo che le due classi di violenza politica presentano logiche nettamente diverse, nonostante la presenza di alcuni tratti comuni, come la volontà di intimidazione. (1) Per questa interpretazione prendo spunto dal pregevole articolo di Ariel MERARI, Terrorism as a Strategy of Insurgency, in «Terrorism and Political Violence», V, 1993, pp (11) In modo non sorprendente la letteratura scientifica sugli attacchi suicidi con finalità terroristiche si è sviluppata soltanto dopo i drammatici eventi dell 11 settembre 21; cfr. Ami PEDAHZUR, Arie PERLIGER e Alexander BIALSKY, Explaining Suicide Terrorism, in Christopher ANKERSEN (a cura di), Understanding Global Terror, Cambridge, Polity Press, 27, pp Probabilmente i contributi pionieristici più stimolanti sono Ariel MERARI, The Readiness to Kill and Die: Suicidal Terrorism in the Middle East, in Walter REICH (a cura di), Origins of Terrorism, cit., pp ; Martin KRAMER, Sacrifice and Fratricide in Shiite Lebanon, in «Terrorism and Political Violence», III, 1991, pp Tra i volumi più influenti si possono citare almeno Farhad KHOSROKHAVAR, Les nouveaux martyrs d Allah, Paris, Flammarion, 22: trad. it., I nuovi martiri di Allah, Milano, Bruno Mondadori, 23; Christoph REUTER, Mein Leben ist eine Waffe, München, Bertelsmann, 22: trad. it., La mia vita è un arma. Storia e psicologia del terrorismo suicida, Milano, TEA, 26; Mia M. BLOOM, Dying to Kill: The Allure of Suicide Terror, New York, Columbia University Press, 25; Robert A. PAPE, Dying to Win, cit.; Ami PEDAHZUR, Suicide Terrorism, Cambridge, Polity Press, 25; Diego GAMBETTA (a cura di), Making Sense of Suicide Missions, expanded and updated edition, Oxford, Oxford University Press, 26; Ami PEDAHZUR (a cura di), Root Causes of Suicide Terrorism: The Globalization of Martyrdom, London, Routledge, 26. IL TERRORISMO SUICIDA NEL CASO PALESTINESE 211 ci in cui l esecutore della violenza sacrifica intenzionalmente e consapevolmente la propria vita (12). Gli attacchi suicidi combinano volontà di uccidere e volontà di morire nel medesimo atto: l obiettivo è quindi morire per uccidere (13). Occorre, peraltro, sottolineare che se la morte dell esecutore dell atto di violenza costituisce un requisito necessario degli attacchi suicidi, la morte dei destinatari è un fatto contingente, che può verificarsi oppure no: nel contesto palestinese, per esempio, gli attentatori suicidi, pur sacrificando la propria vita, talvolta non raggiungono lo scopo prefissato di uccidere altre persone. La combinazione di volontà di uccidere e volontà di morire differenzia ovviamente gli attacchi suicidi dagli attacchi non suicidi, enormemente più frequenti, in cui si uccide senza morire, da una parte, e dalle auto-immolazioni (i semplici suicidi per scopi politici) in cui si muore senza uccidere, dall altra (14) ; gli attacchi suicidi sommano così elementi degli uni e delle altre. Secondo alcuni studiosi, l attacco suicida rappresenta «l atto di violenza politica che contraddistingue la nostra epoca» (15). Questa tattica, pur avendo alcuni antecedenti storici (16), è stata adottata nel contesto di (12) Sulla definizione di attacco suicida si vedano, tra gli altri, gli importanti contributi di Assaf MOGHADAM, Defining Suicide Terrorism, in Ami PEDAHZUR (a cura di), Root Causes of Suicide Terrorism, cit., pp , e di Diego GAMBETTA (a cura di), Making Sense of Suicide Missions, cit. (13) Come ricorda il titolo di un noto volume sull argomento: Mia M. BLOOM, Dying to Kill, cit. (14) Sulle auto-immolazioni Michael BIGGS, Dying without Killing: Self-Immolations, , in Diego GAMBETTA (a cura di), Making Sense of Suicide Missions, cit., pp (15) Diego GAMBETTA (a cura di), Making Sense of Suicide Missions, cit., p. v: «the defining act of political violence of our age». (16) Sugli attacchi suicidi dei Sicari - Zeloti nella Palestina sotto occupazione romana del I secolo d. C. e della setta sciita degli Assassini attiva in Persia e in Siria dall XI al XIII secolo si veda l ottimo articolo di David C. RAPOPORT, Fear and Trembling: Terrorism in Three Religious Traditions, in «American Political Science Review», LXXVIII, 1984, pp (specialmente pp ). Sugli attacchi suicidi di alcune comunità musulmane dell Asia sud-orientale contro l occupazione coloniale è d obbligo citare Stephen F. DALE, Religious Suicide in Islamic Asia: Anticolonial Terrorism in India, Indonesia and the Philippines, in «Journal of Conflict Resolution», XXXII, 1988, pp Nel Novecento le operazioni suicide dei kamikaze giapponesi e dei membri di alcune formazioni paramilitari iraniane non hanno manifestato una strategia terroristica; al contrario, sono state comprese in guerre convenzionali tra stati (la Seconda Guerra Mondiale ed il conflitto tra Iran e Iraq). Cfr. rispettivamente Peter HILL, Kamikaze, , in Diego GAMBETTA (a cura di), Making Sense of Suicide Missions, cit., pp. 1-42, e Farhad KHOSROKHAVAR, I nuovi martiri di Allah, cit., pp 212 FRANCESCO MARONE una strategia terroristica soltanto recentemente, durante la guerra civile libanese negli anni Ottanta del secolo scorso. Dal Libano la forma di violenza si è via via diffusa in Sri Lanka, nell area del conflitto israelopalestinese, in India, in Turchia, in Cecenia, in Afghanistan, in Pakistan, in Iraq ed in molte aree del mondo ad opera di vari movimenti jihadisti (17). Il numero degli attacchi suicidi eseguiti nel mondo è cresciuto in maniera esponenziale nel corso del tempo, soprattutto dal 23, anno dell invasione dell Iraq (18). Nondimeno, a tutt oggi non esiste un database pubblico, completo e affidabile degli attacchi suicidi nel mondo; il conteggio dal 198 al 27 include, secondo una stima prudente, non meno di 1 episodi (19). La ragione principale della sensibile crescita di attacchi suicidi nel mondo risiede nei considerevoli vantaggi tattici che questa forma di violenza assicura. Può essere utile delineare questi vantaggi distinguendo due funzioni della violenza politica e, in particolare, della violenza terroristica: una funzione materiale, relativa alla causazione di danni fisici immediati, ed una funzione simbolica, concernente la comunicazione o rappresentazione di messaggi con determinati significati (2). Gli attacchi suicidi si rivelano molto efficaci. Sotto il profilo della funzione materiale, garantiscono almeno tre benefici importanti. Innanzitutto, consentono di superare con maggior facilità le misure di sicurezza, potendo così colpire anche obiettivi altamente protetti. Assicurano poi un controllo perfetto sul tempo ed il luogo dell attacco; questa capacità di controllo permette, da una parte, di aumentare le chances di esecuzione della missione e, dall altra, di massimizzarne gli (17) Per alcuni cenni storici sulla diffusione degli attacchi suicidi rinvio, tra gli altri, a Christoph REUTER, Mein Leben ist eine Waffe, cit.; Mia M. BLOOM, Dying to Kill, cit.; Robert A. PAPE, Dying to Win, cit.; Ami PEDAHZUR, Suicide Terrorism, cit. (18) L Iraq è certamente l area geografica colpita dal maggior numero di attacchi suicidi: almeno 4 dal 23 al 27. Cfr. Mohammed M. HAFEZ, Suicide Terrorism in Iraq: A Preliminary Assessment of the Quantitative Data and Documentary Evidence, in «Studies in Conflict and Terrorism», XXXIX, 26, pp (19) Per alcune stime degli attacchi suicidi nel mondo meritevoli di attenzione si vedano Diego GAMBETTA, Epilogue to the Paperback Edition, in ID. (a cura di), Making Sense of Suicide Missions, cit., pp ; Domenico TOSINI, Terrorismo e antiterrorismo nel XXI secolo, Roma-Bari, Laterza, 27, pp (2) Sulle conseguenze e gli scopi politici della violenza si veda la fine disamina di Mario STOPPINO, Potere e teoria politica, terza edizione riveduta e accresciuta, Milano, Giuffrè, 21, pp IL TERRORISMO SUICIDA NEL CASO PALESTINESE 213 effetti, tra cui solitamente il livello di letalità (21). Infine, riducono a monte i rischi per la clandestinità dell organizzazione anche dopo l attacco, legati, per esempio, all eventualità della cattura dell attentatore. Rilevanti sono anche i benefici sotto il profilo della funzione simbolica. In primo luogo, gli attacchi suicidi consentono di attirare l attenzione e di pubblicizzare la causa politica promossa. In secondo luogo, possono corroborare la legittimità della causa rivendicata, esprimendo, attraverso il gesto estremo del suicidio, la gravità della situazione di ingiustizia percepita e la genuinità e nobiltà della causa. In terzo luogo, incoraggiano e favoriscono la coesione dell organizzazione e della comunità di sostegno, imponendo alla prima e alla seconda obblighi morali nei confronti dei martiri, il cui sacrificio è spesso celebrato attraverso un articolata serie di riti collettivi (22). Last but not least, accrescono il potere di intimidazione contro l avversario, suscitando il timore che non vi siano comuni mezzi di deterrenza nei confronti di individui decisi a morire per la propria causa. Gli attacchi suicidi sono anche molto efficienti in termini di costi perché di solito non richiedono competenze e abilità particolari da parte dei singoli attentatori (quantomeno laddove siano adeguatamente sostenuti da un organizzazione) e non esigono risorse, informazioni o capacità logistiche cospicue nemmeno da parte delle organizzazioni (23). L impiego sistematico e continuativo di questa forma di violenza politica richiede la partecipazione attiva di tre soggetti: l individuo disposto a sacrificare deliberatamente la propria vita in una missione senza possibilità di ritorno; l organizzazione politica che assume la responsabilità degli attacchi; l ambiente circostante che comprende, in particolare, la società di riferimento di cui l organizzazione pretende di rappresentare gli interessi (24). (21) Gli attacchi suicidi possiedono un formidabile potere distruttivo. Secondo una nota osservazione di Robert A. PAPE, «il terrorismo suicida è diventato la forma di terrorismo più letale. Gli attacchi suicidi costituiscono solo il 3% di tutti gli episodi di terrorismo dal 198 al 23, ma sono responsabili del 48% di tutte le morti, rendendo l attacco terrorista suicida medio dodici volte più letale delle altre forme di terrorismo anche senza contare le immense perdite dell 11 settembre» (Dying to Win, cit., p. 6). I dati di Pape, benché inesatti, sono indicativi. (22) Tra gli altri, segnalo l eccellente articolo di Ivan STRENSKI, Sacrifice, Gift and the Social Logic of Muslim Human Bombs, in «Terrorism and Political Violence», XV, 23, pp. 1-34, ispirato alla sociologia della scuola di Durkheim. (23) Per questo aspetto i clamorosi attentati suicidi dell 11 settembre 21 contro gli Stati Uniti costituiscono una significativa eccezione. Tra gli altri, cfr. lo stimolante saggio di Stephen HOLMES, Al-Qaeda, September 11, 21, in Diego G
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