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SEBASTIANO ISAIA. DUE POPOLI DUE DISGRAZIE Un punto di vista critico-radicale sulla questione israeliano-palestinese

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SEBASTIANO ISAIA DUE POPOLI DUE DISGRAZIE Un punto di vista critico-radicale sulla questione israeliano-palestinese 1 2 Presentazione Lo scritto che il lettore si appresta a leggere, si compone di appunti
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SEBASTIANO ISAIA DUE POPOLI DUE DISGRAZIE Un punto di vista critico-radicale sulla questione israeliano-palestinese 1 2 Presentazione Lo scritto che il lettore si appresta a leggere, si compone di appunti di studio redatti dall autore nel L intento è quello di contribuire a fare chiarezza «sulle radici di questa guerra dei Cento Anni, versione mediorientale» (Paolo Maltese), ma di provarci a partire non da una prospettiva geopolitica o genericamente storicopolitica, bensì muovendo da un punto di vista dichiaratamente critico-radicale, ossia anticapitalista. Le radici della Società-Mondo che ospita il conflitto qui in discussione affondano in un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento che è in sé la quintessenza della guerra di tutti contro tutti. Sotto questo aspetto, quanto accade da decenni in Medio Oriente non contraddice affatto l andazzo generale del mondo. Come sempre, e in ogni sfera della prassi sociale colta nella sua dimensione nazionale e internazionale, l eccezione getta un potente fascio di luce sulla regola, sulle sue radici storico-sociali celate nell oscurità dell ideologia dominante, la quale, marxianamente, è l ideologia che fa capo alle classi dominanti. Spero naturalmente di non aggiungere confusione alla già cospicua confusione che nei decenni si è accumulata intorno alla rognosissima Questione, che in troppi hanno interesse a mantenere apparentemente indecifrabile e priva di sbocchi, nonché sempre calda e anzi sul punto di esplodere da un momento all altro, guerra dopo guerra, tregua dopo tregua, fallito accordo di pace dopo fallito accordo di pace. Il tutto in primo luogo sulla pelle dei diseredati palestinesi e su quella delle classi dominate israeliane in troppi, anche nella cosiddetta sinistra di classe, dimenticano che Israele, come ogni altro Paese del capitalistico mondo, ha una sua peculiare struttura classista con la quale occorre fare i conti in termini sia analitici che politici. Come il lettore avrà modo di verificare, giungeremo a trattare la questione israelo-palestinese nella sua attuale configurazione storica e geopolitica solo alla fine, partendo da lontano («Da troppo lontano», potrebbe obiettare qualcuno, forse non del tutto a torto) e 3 in modo che l aspetto palestinese del problema risulti solo abbozzato e comunque sacrificato all elemento giudaico, per dirla con un linguaggio che echeggia posizioni non amichevoli nei confronti degli ebrei. In questo senso il titolo che ho voluto dare a questo modesto lavoro, e che non ho voluto cambiare perché esso coglie in ogni caso un aspetto del problema che per me è importante porre in evidenza (la comune disgrazia di ebrei e palestinesi, pur se a partire da storie e condizioni sociali diverse), non appare del tutto conforme alla sua sostanza. In ogni caso ciò non preclude certo all autore di ritornare in futuro sul tema con un diverso approccio, e magari tenendo conto anche delle critiche dei lettori. Lo sterminio degli ebrei scientificamente pianificato e attuato dai nazisti con la complicità di gran parte del popolo tedesco (e non solo tedesco), dimostra in primo luogo come anche nella società borghese, che pure era sbocciata contro i vecchi pregiudizi radicati nel pensiero non rischiarato né dalla ragione né dalla razionalità scientifica, le crisi sociali che periodicamente sconvolgono il mondo strutturato in classi sociali siano il terreno fertile per ogni sorta di pregiudizio e di credo irrazionale. Come scrisse una volta Marcuse a Heidegger, rinfacciandogli l entusiastica adesione al nazismo, «sembra che la semente sia davvero caduta su un terreno fertile». Il terreno, beninteso, rimane fertile. Più fertile che mai, per certi aspetti. Anche nella dimensione della società dominata dal Capitale, che nella sua ossessiva ricerca del massimo profitto ha portato la conoscenza scientifica e le sue implicazioni tecnologiche a livelli prima inimmaginabili, l arcaico capro espiatorio assolve ottimamente il suo disumano ufficio. Metti nelle mani del Pregiudizio più antico la tecnoscienza moderna (non mi riferisco solo agli strumenti di morte, ma anche ai moderni strumenti di informazione elettronici: vedi gogna mediatica e messaggi virali), e avrai creato l inferno sulla Terra. Dante dovrebbe riscrivere interamente l Inferno! Naturalmente questa riflessione coglie in pieno, mutatis mutandis, anche il sole atomico acceso dagli americani a Hiroshima e a Nagasaki. E non solo. 4 Il materialista storico che cerca cause puramente economiche che possano spiegare l Evento Olocausto, fa mostra di un determinismo economico davvero triviale e impotente; tra l altro, egli dimentica ciò che una volta disse Marx a proposito dell ideologia come forza materiale. Il concetto da mettere al centro di quell Evento è quello che rinvia direttamente al carattere disumano e disumanizzante della società classista. Questo carattere spiega anche l uso economico che fu fatto degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, ossia degli ebrei adoperati dai tedeschi nell industria bellica e in altri settori produttivi come forza lavoro da sfruttare il più intensamente possibile per determinarne una rapida obsolescenza. Al confronto, la schiavitù delle società antiche appare una condizione idillica. Anche in quel caso, però, l obiettivo fondamentale che i nazisti intesero cogliere fu l annientamento degli ebrei attraverso il lavoro, il quale, com è noto, rende liberi Nella famosa, e per alcuni famigerata, intervista a Der Spiegel del 1966, Heidegger sostenne che «Solo un dio può ancora salvarci». A mio modesto avviso solo l uomo in quanto uomo può ancora salvarci, perché se l uomo non esiste tutto il male possibile è sempre incombente su questa Terra. A ben vedere, il peggio che ci possa capitare è già in corso, da moltissimo tempo, e non smette di peggiorare. Più che sulla banalità del male, dovremmo piuttosto interrogarci sulla radicalità del male. È da questa prospettiva concettuale e politica che ho affrontato il problema posto al centro di questo studio. Luglio Introduzione La Palestina mi sarebbe rimasta comunque irraggiungibile, ma di fronte alle possibilità berlinesi questo non sarebbe neanche urgente. Però anche Berlino è quasi irraggiungibile 1 Franz Kafka Qui di seguito cercheremo di abbozzare un giudizio storico e politico sul complesso fenomeno passato alla storia col termine di «sionismo», per giungere alla fine, in modo forse eccessivamente sintetico, alla definizione della «questione palestinese» come si presenta oggi, agli inizi del Terzo Millennio. Per fare ciò occorrerà ripercorrere, in modo estremamente rapido e purtroppo superficiale, la genesi storica e sociale del fenomeno sionista, nella sua necessaria relazione con il processo storico mondiale del quale esso è parte. Per inquadrare meglio questo fenomeno è pure necessario dire qualcosa, sempre per rapidissimi cenni, intorno alla storia del popolo ebraico, prima e dopo la grande diaspora seguita alla fallita rivolta ebraica antiromana capeggiata da Bar Kocheba nel dopo Cristo 2. Un altra questione importante da chiarire riguarda il presunto antisemitismo di Marx, una gigantesca, quanto ridicola menzogna che ancora oggi trova libero accesso nella storiografia che si occupa della «annosa» questione ebraica. Anzi, inizieremo proprio da questo 1 Lettera a Robert klopstock del 13 settembre 1923, in F. Kafka, Relazioni, p. LXXVI, Einaudi, È quasi un presagio, come d altra parte tutta la sua intera esistenza. All indomani della Grande Guerra Kafka assiste al montare dell odio antisemita nell ex Impero asburgico, particolarmente nella sua città, Praga, sconvolta dalle violenze contro la popolazione ebraica nel novembre 1920, allorché il grande scrittore «si bagna nell odio antisemita». 2 Dopo quest ultima impresa tentata ai danni dell impero Romano ha inizio quella dispersione che porterà le diverse comunità ebraiche a distribuirsi praticamente in tutti i paesi del mondo antico, tracciando le linee di fondo delle complesse e contraddittorie dinamiche, di vario ordine e natura, che porteranno nella seconda metà del XIX secolo alla nascita del moderno sionismo. 6 aspetto, anche per cercare di dare al nostro discorso un chiaro orientamento teorico e politico. Alla fine concentreremo la nostra attenzione sulla parola d ordine della distruzione di Israele, ritornata ultimamente in auge soprattutto grazie alle «conferenze» del presidente della Repubblica Islamica dell Iran, sobriamente intitolate «Un mondo senza Israele». Questa parola d ordine è stata, ed è avanzata, sebbene differentemente «declinata», anche da molti cosiddetti «marxisti», per cui varrà proprio la pena di spendervi sopra due parole. Sulla «questione palestinese» non cercheremo di dare un preciso orientamento politico, scrivendo secondo il principio peraltro non del tutto inutile del «come se»: come se noi potessimo influenzare qualcuno o qualcosa, come se in Medio Oriente ci fossero delle forze rivoluzionarie, e così via. Ci sforzeremo piuttosto di elaborare un punto di vista non ideologico sul sionismo e sulla «questione palestinese». Più che indicazioni «pratiche», peraltro scontate dal punto di vista «di classe» (del tipo: «sostenere il diritto all autodeterminazione nazionale del popolo palestinese») e meramente testimoniali (giusto per attestare il nostro alto, nonché presunto, tasso rivoluzionario ), oggi ci sentiamo di dare questo modesto contributo analitico. O, più correttamente, la prassi più adeguata oggi forse corrisponde a questa istanza «teorica». Come sempre, materialisticamente, non si tratta, soprattutto, di scelte soggettive (noi difatti vorremmo la rivoluzione sociale planetaria domani, magari a partire dalla Palestina: non abbiamo pregiudizi di sorta, anche perché confidiamo ancora nella teoria leniniana dell anello debole della catena capitalistica ), ma del modo migliore di affrontare l oggettività dei processi sociali, subendola il meno possibile, almeno sul piano concettuale, e penetrandola il più profondamente possibile. Da buoni scolaretti di Marx abbiamo (forse) imparato che prim ancora che con le mani, la realtà materiale dev essere padroneggiata con la testa: più che le mani, oggi bisognerebbe avere la testa «in pasta». In generale, la concezione ideologica del mondo per noi rappresenta il rischio maggiore per il pensiero critico-rivoluzionario, soprattutto quando il mondo si mostra particolarmente sfavorevole 7 alla sua «implementazione politica», e la fuga verso una realtà che esiste solo nella testa dei rivoluzionari è una tentazione irresistibile. Evitare questo esito, in primo luogo a noi stessi, è ciò che oggi ci sta più a cuore, ed è precisamente alla luce di queste poche considerazioni generali che occorre leggere queste riflessioni, disorganiche sotto tutti i punti di vista speriamo che l intreccio di diversi livelli interpretativi e narrativi non disturbi troppo la lettura di questo guazzabuglio politico, storico, filosofico, e quant altro. Per finire, una brevissima «avvertenza metodologica»: noi mettiamo in causa il pensiero di Marx, di Nietzsche come di qualsiasi altro «pensatore», in primo luogo strumentalmente, cioè per mettere a punto ed esprimere il nostro punto di vista intorno alle problematiche messe nel cono di luce, mentre ogni intento puramente, o fondamentalmente esegetico ed ermeneutico è completamente fuori dal nostro interesse oltre che dalla nostra portata. Per questo spesse volte ci permettiamo di andare, come si dice, «fuori tema», anche se nelle digressioni cerchiamo di non abbandonare mai il fulcro, reale e concettuale, attorno a cui ruota la problematica. È quindi in primo luogo la nostra (scarsissima) acqua che vogliamo portare al mulino del pensiero criticorivoluzionario e all attenzione del lettore, e, sotto questo riguardo, la confutazione ovvero il sostegno di questa o quella tesi, affermata da questo o quel pensatore, è una prassi critica, appunto, strumentale all esigenza di cui sopra. In effetti, chiunque scriva qualcosa su un qualsiasi oggetto della riflessione fa proprio questo, rende cioè esplicito il proprio punto di vista, la propria «concezione del mondo», in maniera più o meno cosciente, magari solo come effetto collaterale. Nel nostro caso però il rapporto tra causa ed effetto è capovolto, nel senso che l intenzione soggettiva fa premio, come si dice, sull oggetto indagato in modo del tutto consapevole, costituisce anzi il filo conduttore della riflessione, è, insomma, un intento programmatico. Per dirla in breve, più che il punto di vista di Marx, di Nietzsche e così via, ci interessa portare socraticamente fuori il nostro punto di vista. Quanto originale, poco interessante o del tutto infondato esso sia è un giudizio che non spetta a noi dare, e 8 giudichiamo anzi già un successo portare le modeste riflessioni che seguono al giudizio critico di qualcuno. Dicembre 1. Marx e la Questione ebraica. Marx era «nemico» della religione ebraica e della cultura tradizionale ebraica né più né meno di quanto fosse «nemico» della religione cristiana e della cultura che a essa fa riferimento, o di qualsiasi altra religione e cultura in quanto prodotti della multiforme prassi sociale umana, espressioni del dominio sociale in una data epoca storica, nonché fattori di legittimazione e di promozione di questo stesso dominio. Rintracciare un qualche pregiudizio di natura religiosa, razziale, sessuale o quant altro negli scritti di Marx (dei cosiddetti «marxisti» non ci curiamo affatto) è davvero un impresa impossibile, per il semplice fatto che la sua «concezione materialistica della storia» attribuisce ai processi che producono la ricchezza sociale, e ai rapporti sociali che ne determinano la distribuzione, la funzione fondamentale nel divenire delle società umane. Non è che i «momenti esistenziali» non immediatamente economici non abbiano, in quella concezione, alcuna pregnanza concettuale: all opposto ne hanno tantissima, ma solo in quanto momenti della totalità storica e sociale di riferimento, dominata dai processi e dai rapporti sociali summenzionati. Anzi, Marx scopre che, «gratta gratta», gettando lo sguardo bene in profondità, è possibile indovinare la natura e la funzione economica di molte attività umane che, prima facie, sembrano completamente avulsi «dal processo di produzione materiale della vita degli uomini». Il pensiero, il linguaggio, l arte e così via sono momenti essenziali e inscindibili di quel processo, anche se lo sviluppo sociale, rendendo più complesse e articolate le organizzazioni sociali, ha reso più difficile capirne l essenza «economica», individuarne la genesi storica e sociale. Ad esempio, sulla radice «economica» dell arte mimetica, e quindi dell arte tout court a un certo grado di sviluppo della società umana, solo pochissimi studiosi nutrono ancora dubbi, e così per ciò che riguarda l «invenzione» del linguaggio e della scrittura. Le qualità peculiari dell uomo, quelle che lo distinguono dalle altre creature viventi, non potevano certo svilupparsi a prescindere dai suoi bisogni vitali: fin dall inizio le prime e questi ultimi si trovano avvinghiati in una inestricabile totalità essenziale. 10 Non è la prassi degli uomini associati in comunità che va spiega a partire dalle credenze religiose o d altro tipo, ovvero sulla scorta di più o meno reali peculiarità nazionali, razziali, ecc., ma viceversa sono queste ultime che vanno spiegate sulla base della prima: «Noi spieghiamo la tenacia dell ebreo non con la sua religione, ma piuttosto col fondamento umano della sua religione, col bisogno pratico, con l egoismo» 3. Quello di Marx sugli ebrei, sui cristiani, sugli slavi, ecc. non può essere mai, concettualmente, un pregiudizio, ma sempre un giudizio di carattere storico e politico che tende a mettere in connessione dialettica i diversi «momenti» che realizzano la complessa prassi sociale degli uomini. Non a caso si è pure diffusa la leggenda del Marx russofobo, al punto che il Grande Fratello di Mosca, Stalin, imbevuto di sciovinismo fino ai baffi, non fece più pubblicare gli scritti marxiani 4 ferocemente ostili, non alla Russia in quanto peculiare entità nazionale e «razziale», ma alla Russia zarista in quanto bastione della reazione in Europa e roccaforte di rapporti sociali «barbarici». Interessi ben individuati (come, nel caso di Stalin, recuperare tutta la «gloriosa» politica di potenza zarista in 3 Marx, La questione ebraica, p. 92, Newton, Si tratta della serie di articoli scritti da Marx tra il 1856 e il 1857 per la rivista inglese The Free Press, e pubblicati dalla figlia Eleanor nel 1899 con il titolo di Rivelazioni sulla storia diplomatica segreta del XVIII secolo. Nell introduzione al testo pubblicato in Italia alla fine degli anni Settanta, si legge: «Lo scontro in atto in Europa è in realtà, per Marx, uno scontro tra la civiltà borghese (ed anche proletaria) e l oscurantismo asiatico-medioevale, tra il telaio meccanico e l Orda d Oro. Molti aspetti del pensiero di Marx, visti a questa luce, si chiarificano: e quando verrà detto che il proletariato è l erede della filosofia classica tedesca non sarà questa fin troppo celebre espressione una trovatina teoretica da citare nei manuali di filosofia e in quella di partito, ma sarà una difesa dell insostituibile primato borghese-europeooccidentale e del solco pretracciato che dovrà necessariamente seguire l emancipazione rivoluzionaria dell uomo dal dominio e dallo sfruttamento Certo, negli anni cinquanta dell Ottocento i barlumi erano diventati un solido modo di produzione e sofferenza quotidiana per milioni di salaria ti, ma l abisso del regresso si palesava ancora, inconsciamente ed anche in modo conscio, nel pensiero di Marx. La Russia era la cifra simbolica, geografica, politica, sociale e militare di questo abisso dove l Europa rischiava di essere risucchiata, di riprecipitare» (Bruno Bongiovanni, Introduzione a Rivelazioni, p.15, L Erba Voglio, 1978). Questo anche a proposito del concetto di «scontro di civiltà» così usato e abusato ai nostri giorni.. 11 vista dell ancor più «gloriosa» politica di potenza sovietica), o letture superficiali, che si concentrano molto più sulle parole, soprattutto quando il loro autore mostra di odiare a morte il «politicamente corretto» (come nel caso di Marx), anziché sui concetti fondamentali che quelle parole cercano di esprimere, sovente conducono il pensiero a prendere per pregiudizio «razziale» o religioso ciò che invece è solo un motivato giudizio storico, politico, «filosofico». D altra parte, attraverso una estrapolazione di qualche frase dal contesto concettuale che le dà significato, facilmente si possono costruire leggende di successo. Anche nella citazione di cui sopra il lettore superficiale potrebbe vedere un intento diffamatorio: Marx taccia di egoismo l ebreo! Naturalmente ciò è semplicemente ridicolo: egli infatti usa quel termine non per qualificare sul piano etico e morale l ebreo, ma lo fa, per così dire, in senso tecnico, scevro da qualsivoglia giudizio di valore, per riferirsi alla necessità dell uomo di soddisfare i propri bisogni. Lo usa, insomma, in una accezione classicamente filosofica (tra l altro la concezione marxiana dell individuo, della libertà e dei bisogni umani non lascia alcun dubbio riguardo alla buona reputazione che il concetto di egoismo, nell accezione sopra ricordata, ha in quella concezione). D altra parte, anche quando allude a una declinazione negativa di quel termine (l egoismo, cioè, come retrivo interesse dell individuo a difendere e allargare la propria sfera di interessi materiali, la propria ricchezza ai danni della ricchezza altrui), Marx non lo restringe certamente agli ebrei, alla loro concezione religiosa ed etica del mondo, ma lo estende all intera umanità che vive nella società borghese, e, sul piano delle idee, lo riferisce soprattutto alla religione cristiana, in quanto espressione compiuta di questa società: «Il giudaismo raggiunge il suo culmine col compiuto sviluppo della società bor
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