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IL GIURAMENTO PARLAMENTARE

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365 IL GIURAMENTO PARLAMENTARE IN ITALIA E IN INGHILTERRA La prestazione del giuramento parlamentare ha dato luogo in questi ultimi tempi in Italia ed in Inghilterra a due discussioni che rimarranno storiche,
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365 IL GIURAMENTO PARLAMENTARE IN ITALIA E IN INGHILTERRA La prestazione del giuramento parlamentare ha dato luogo in questi ultimi tempi in Italia ed in Inghilterra a due discussioni che rimarranno storiche, e che vale la pena di considerare nelle loro origini e nella loro diversa indole, x In Italia il nostro Statuto, come in generalo 1 altre costituzioni, per le molte antichissime cagioni, alcune delle quali saranno accennate più innanzi, in favore dei giuramenti nella vita pubblica, ha prescritto il giuramento tanto al Re nel salire al trono, quanto ai senatori e ai deputati. Il giuramento parlamentare venne testualmente determinato dallo Statuto stesso nell'art. 49, e giova ripeterne i termini: «I senatori e deputati, prima di essere ammessi alf esercizio delle loro funzioni, prestano il giuramento di essere fedeli al Re, di osservare lealmente lo Statuto e le leggi dello Stato, e di esercitare le loro funzioni col solo scopo del bene inseparabile del Re e della patria.» ÀI Re è prescritto semplicemente giurare davanti alle Camere riunite, di osservare lealmente lo Statuto (art. 22); ma ricordiamo come Re Umberto, nel succedere a suo padre, lo prestasse più ampiamente con queste solenni e nobili parole: «In presenza di Dio e innanzi alla nazione, giuro di osservare lo Statuto, di esercitare l'autorità reale in virtù delle leggi e conformemente alle medesime, di far rendere giustizia a ciascuno secondo il suo diritto, e di regolarmi in ogni atto del mio regno col solo scopo dell' interesse, della prosperità e dell'onore della patria.» - Come si vede, il giuramento del Re in Italia è ad un tempo politico e religioso, il Re parla alla nazione in presenza di Dio, V essere che più intende la coscienza popolare, come collegante F uomo all' uomo, il re al popolo, il sovrano alla legge; i senatori e i deputati' prestano un giuramento puramente politico. Possiamo congetturare che gli autori del nostro Statuto, comunque di sensi cattolici, abbiano avvertito che nella nostra società 366 odierna, divisa da tante opposte correnti in fatto di credenze, fosse più prudente di non mescolare espressioni di fede religiosa ai giuramenti politici; e l'esperienza ha confermato, ci pare, in Italia la saggezza di tali antiveggenze. Il nostro giuramento parlamentare ha cansato gli attriti di altri paesi, dove V impegno di fedeltà al sovrano ed alla costituzione ha implicato una confessione religiosa, il che vi ha dato luogo ad obbiezioni e declamazioni in favore della libertà di coscienza. Pure apparvero delle difficoltà, da parte di alcuni repubblicani che davano un valore alla loro parola, come il Saffi e il Mazzini, i quali perciò si preclusero 1' entrata nella Camera, e da parte di quei cattolici la cui coscienza ripugnava alla osservanza di certe leggi dello Stato; ma per parecchi anni da tutti quelli, dell'una e dell' altra parte, che vollero sedere nella Camera, si prestò il giuramento prescritto. Nel 1867 però, occorre rammentare quel celebre caso, accadde che venisse eletto deputato a Verrès, in quel d' Aosta, il conte Crotti, i cui quattro figli avevano combattuto onorevolmente-aotto la bandiera nazionale del Re per la redenzione della patria, ma le cui convinzioni religiose gli facevano ripugnare di giurare la osservanza delle leggi dello Stato contrarie alla sua coscienza cattolica. Il conte, prestando il suo giuramento il 9 maggio 1867, stimò perciò aggiungere al suo Ghiro: «salvo le leggi divine ed ecclesiastiche.» Il presidente Mari fu pronto ad avvertirlo che quel suo giuramento non era conforme allo Statuto, e che egli doveva, o giurare puramente e semplicemente, ovvero ritirarsi. H conte si ritirò. Sette giorni dopo scriveva al presidente, domandando la soppressione o la modificazione di quel giuramento «perchè gli elettori fossero liberi nella scelta dei mandatarii.» Il 20 discuteva la Camera in proposito: chi pensava doversi la questione esaminare negli ufficii, chi doversi interpretare il rifiuto del giuramento legale per rinuncia, chi per non accettazione-del mandato. Si terminava col votare semplicemente: c La Camera dichiara vacante il collegio di Verrès.» Rimaneva solennemente stabilito che la prestazione del giuramento parlamentare, quale è prescritto dallo Statuto, è condizione assoluta per poter rappresentare la nazione. Chi si rifiuta di prestare codesto giuramento puro e semplice non è deputato, ed il collegio che lo avesse inviato si dichiara vacante. La risoluzione essendo presa contro un clericale fu applaudita, parve ima vittoria della libertà nazionale. 367» Dopo di allora accadde qualche volta che venissero 'eletti dei candidati contrari!, per altra via, alle istituzioni politiche nazionali; ma presero il comodo partito, come il Cavallotti, di giurare nella Camera, avendo cura di pubblicare fuori di essa che non davano alcun valore al giuramento stesso. Era un' audace sfida al sentimento politico della maggioranza della nazione, e anche al senso morale; ma la maggioranza stessa, conforme all'indole nostra, scettica e odiosa di sopraccapi, ha preferito, come dicono a Napoli, di non incaricarsene, ha fatto le viste di ignorarlo ; si è giurato, come che sia, dentro la Camera, e basta. Anche i repubblicani e socialisti eletti il 29 ottobre 1882 fecero lo stesso. Ve ne fu uno però, il Falleroni di Macerata, che volle segnalarsi, e chiamato il 30 novembre a giurare, disse invece: «Non giuro.» La ribellione era così aperta che gli fu dovuto intimare di uscire di dove non intendeva di stare secondo la legge; e poiché, parodiando al solito i francesi del 1789, disse che il popolo V aveva colà mandato, e che non ne sarebbe uscito se non per forza, fu dovuto cacciare per forza. Avrebbe dovuto applicarsi il precedente del 1867, maturamente preso, ma si ripugnò dai provvedimenti pronti e risolutivi, e si tentennò. Tutti ricordiamo come V on. Cuccia proponesse aggiungere al regolamento della Camera che il rifiuto del giuramento importava rinuncia al mandato elettorale; presunzione in verità contraddetta dal fatto dell' eletto che non intendeva per nulla di rinunciare. Il ministro Zanardelli stimò invece occorrere una legge; l'on. Pierantoni propose dichiararsi senza altro, come nel 1867, «vacante un seggio nel collegio di Macerata.» H ministero si decise per una legge dichiarativa dello statuto. La proposta venne discussa alla Camera dal 18 al 22 dicembre, al Senato il 28 e il 29, divenne legge il 30. Per essa oramai è posto fuori di ogni possibile contestazione che s'intendono decaduti i deputati i quali abbiano ricusato o ricusino di giurare puramente e semplicemente nei termini dello Statuto; e inoltre (cosa naturalissima per prevenire un modo troppo facile di eludere la legge) quelli che nel termine di due mesi dalla convalidazione non avessero prestato giuramento. La contestazione in Italia è stata duplice, di diritto costituito e di un diritto nuovo da costituire. Nonostante i discorsi di alcuni, segnatamente del Ceneri, affatto vuoti di ragioni, la questione giuridica fera assolutamente sofistica. Lo Statuto è quello che è, ed esso impone il giuramento. Com'era 368 possibile ammettersi l'ufficio rifiutandosi di adempierne le condizioni? Si volle distinguere il mandato dal suo esercizio, quasi che un cittadino potesse essére deputato, goderne i privilegi e non * adempierne i doveri; quasi che il diritto pubblico potesse scompagnarsi dal dovere pubblico, o come si disse, potessero esservi dei deputati in partibus. Si parlò della sovranità degli elettori che veniva a violarsi, quasi che la sovranità spettasse a una maggioranza, nel nostro sistema anche relativa, di un singolo collegio, e non già allo Stato, alla nazione intera capitanata dal Re; e fosse lecito ai singoli collegi sconoscere la sovranità della legge che prescrive appunto alla libertà di eleggere degli elettori tanti limiti di nazionalità, di moralità, di età, d' incompatibilità, e così anche di giuramento degli eletti, per poter esserne rappresentati in Parlamento. Si parlò perfino della facoltà di rivocazione degli eletti, spettante soltanto agli elettori; facoltà assolutamente ignota al. nostro diritto elettorale. In verità non vi era alcun bisogno giuridico di legge dichiarativa dello Statuto, che è chiarissimo in proposito, e che era stato rettamente applicato nel La legge proposta poteva soltanto accettarsi per un eccesso di scrupolo, o come si disse, per sottrarre siffatte risoluzioni alle vicende delle mobili maggioranze parlamentari. La questione avrebbe potuto in realtà farsi sul diritto costituendo. E qui veramente, lasciando da parte tutte le declamazioni contro il giuramento religioso che non hanno 'che fare nel giuramento parlamentare italiano, si poteva con qualche apparenza di ragione obbiettare che il giuramento politico può valere ad e- scludere gli avversarli più onesti, i clericali e qualche repubblicano che dia un valore alla parola del giuramento ; non già quelli, i quali lo considerano come una formalità che bisogna subire, ma che si elude colle restrizioni e dichiarazioni contrarie, e che secondo loro non impegna a nulla. Sopratutto si poteva addebitare al giuramento politico, quale il nostro, 1' esclusione di fatto delle minoranze avverse alla vigente costituzione dello Stato, con tutti i torti e i danni di codeste e- sclusioni;. fra cui la stessa elevazione in favor loro di un piedestallo senza ragione, V impedimento che la lotta con essi abbia luogo costituzionalmente, e che si ascolti la loro voce avversa e molesta in Parlamento, per intenderla invece più pericolosa nella stampa, negli assembraménti, nelle aule giudiziarie, da parte degli imputati e dei loro difensori, talvolta nelle aperte ribellioni. 369 Eppure la gran maggioranza, non solo della Camera, ma di tutta la nazione, non si lasciò commuovere da tali obbiezioni, e mantenne risolutamente l'esempio dei popoli più liberi, i quali dalle origini fin adesso hanno imposto e impongono, se non sempre il giuramento religioso, quello politico. Si sono essi ingannati o si ingannano? Silvio Spaventa, disgraziatamente impedito da afflizioni fisiche a svolgere il suo alto e profondo pensiero alla Camera, ebbe ad affermare in un suo telegramma al senatore Camozzi di Bergamo che «pretesa abolizione, non che politicamente, sarebbe moralmente dannosissima, distruggendo istituto etico di valore inestimabile, avente origine comune con società umana, e che sotto varia forma ne seguirà progressi; finché alla parola umana pronunciata in cospetto alto ideale di verità e giustizia, che ogni uomo porta dentro sé, non potranno non attribuirsi i più grandi effetti morali e giuridici nei rapporti tra uomo e uomo.» In verità non si poteva più altamente formulare il diritto del giuramento parlamentare. Per me reputo soverchio insistere sulla ragionevolezza della nostra Camera nel respingere, il 22 dicembre 1882, la proposta Ceneri e Bertani di abolirlo, con 254 voti, contro 26 e due astenuti. 1/ insufficienza del giuramento a conseguire completamente gli scopi, per cui attraverso tutti i secoli è stato ordinato dalla coscienza umana, non era una buona ragione; tanto varrebbe la pretesa di abolire il codice penale perchè non vale ad impedire la perpetrazione di tutti i reati. Bisogna soprattutto distinguere la libertà di opinione nelle cose dello Stato dalla libera azione contro la sua costituzione e dall' esercizio di un potere pubblico. I dissidenti, le minoranze in un libero Stato possono aver diritto alla prima, non già alla seconda. Ora F entrare in Parlamento non è soltanto un diritto di libera manifestazione di opinioni politiche, ma è F esercizio di un potere e di un gran potere politico; investe di privilegi, di immunità, fa costituire un organo eminente, ed oggi di fatto prevalente nella vita dello Stato. Può ammettersi che vi entrino, non già quelli semplicemente di contrarie opinioni, ma quelli che rifiutando d'impegnarsi a rispettare il diritto costituito, e quindi di cooperare al suo sviluppo nelle vie pacifiche e giuridiche, dichiarano di non voler stare sul campo delle libere opinioni, ma di avvalersi del potere parlamentare per turbarne e renderne impossibile il retto esercizio u per sovrapporre il loro arbitrio individuale e quello della loro parte alla sovranità della nazione e della legge? 25 370 Tutt' altra è stata la questione in Inghilterra. H giuramento parlamentare colà, per lo meno da Elisabatta in poi, in varia forma, è stato sempre politico e religioso a un tempo, H sovrano essendosi fatto capo della Chiesa, e la nazione essendo divisa tra parecchie confessioni religiose fieramente avverse, piena di papisti e di giacobisti neganti il potere religioso e politico dei suoi re; il giuramento dei deputati, pei celebri atti di Elisabetta, di Carlo II, di Guglielmo III, dovette essere, non solo di allegiance, ma anche di supremazia e di abiura, cioè di fedeltà al sovrano e di fede anglicana. Quelli che non vollero prestarlo non furono ammessi alla Camera; qualcuno che dichiarò di non poter giurare, ben diversamente che in Italia, fu mandato alla Torre, per disprezzo della legge (contempst). Ma tutto ciò potè durare finché i cattolici e i dissidenti non cessarono dallo sconoscere la sovranità costituita, e finché la coscienza giuridica nella nazione non si sviluppò in guisa da reputare incompatibile 1' oppressione dei cattolici e la loro esclusione dalla vita politica per motivi, non già di disconoscimento deb sovrano e della costituzione, ma per diversità di confessione religiosa. Quindi il famoso atto di emancipazione dei cattolici del 1829 e la modificazione del giuramento in modo da permettere loro l'entrata nella Camera. E poiché dalla forinola del giuramento erano offesi nella loro coscienza i Quaccheri, i Moravi ed altri dissidenti, si permise loro nel 1833 di sostituire un' affermazione. E poiché ancora gli eletti di confessione israelita non potevano in coscienza giurare «sulla vera fede di un cristiano», l'altro provvedimento del 1858 che ha permesso loro di giurare sul Vecchio Testamento. Quindi il famoso vigente atto del 1866 (29 e 30 Vitt. e. 19) che prescrisse una sola formola di giuramento per tutti: c Io giuro di essere fedele a Sua Maestà la Regina Vittoria, ai suoi eredi e successori, secondo la legge. Così Dio m'aiuti.» La questione pareva definitivamente risoluta; ma nel 1880 ne sorse una nuova, quella odierna di Bradlaugh, notoriamente ateo, elotto a Northampton. Lasciando i minuti particolari che non sono noli' indole di questo scritto, rammentiamo che presentatosi alla Camera domandò di fare un' affermazione solenne in luogo del giuramento richiesto. Si nominò una commissione, e questa fu contraria, reputando che le disposizioni legali addotte.in favore, applicansi ai casi pei quali sono state emanate, non già al giù- 371 ramento parlamentare. Bradlaugh. si ripresentò quindi alla-camera domandando di prestare il giuramento come gli altri. Ma fu respinto dal sentimento religioso della maggioranza, naturalmente non di soli conservatori ma anche di molti liberali, i quali ritennero inammissibile che s'invocasse F aiuto di Dio da chi pubblicamente, quantunque fuori della Camera, aveva dichiarato di non credere in alcun Dio. Citato davanti alla Corte d'appello per aver preso parte ai lavori del Parlamento senza avere le condizioni volute dalla legge, ne fu condannato. Rieletto a Northampton di nuovo domandò di prestare il richiesto giuramento, e di nuovo la Camera rifiutò di riceverlo. Quindi, da ultimo, la nuova proposta del ministero, per risolvere F aspra controversia che divideva i liberali ed appassionava F Inghilterra, delvaffirmation bill, per cui si concedeva libertà alf eletto di giurare, ovvero di fare una solenne affermazione. \ E la seconda lettura di questa proposta che ha dato luogo dal 23 dello scorso aprile ad una discussione di più giorni che ha occupato F attenzione del mondo civile. La plebe mossa da Bradlaugh romoreggiava al di fuori, petizioni a centinaia di migliaia si presentavano prò e contro. Randolph Churchill il 30 a- prile affermò nel suo veemente discorso esserne state già presentate a favore 1,362 firmate da 153,290; contrarie 4,854 recanti le firme di 597,353. Le obbiezioni furono di varia natura. Le più importanti furono quelle che il bill era un effetto della pressione della plebe, un omaggio al residuum, alla parte meno degna della nazione; che si faceva una tal legge per un individuo, e per un individuo che non meritava alcuna considerazione; soprattutto echeggiò su tutti i tuoni che per introdurre nella Camera un Bradlaugh se ne esiliava Dio; che si cancellava dalle leggi la credenza in Dio e la responsabilità verso di lui, mentre il vigoroso senso morale e religioso era quello che aveva mantenuto e manteneva la nave inglese salda ed invitta fra le tempeste del mondo. Dall' altra parte si- allegò il rispetto dovuto al diritto degli e- lettori di Northampton, i precedenti dell'ammissione dei cattolici e degli israeliti, contro cui si erano addotte ragioni simili alle presenti; il pericolo che respingendo di nuovo il Bradlaugh lo si rendesse più potente, e si diffondessero nel popolo, col tenere aperta sempre una tal questione, le idee di irreligione e d'irriverenza. Fra codesti difensori si levò gigante il Gladstone, il cui discorso 372 del 26 aprile è stato giudicato fra i più eloquenti clie abbia pronunciato quell'illustre oratore nella sua lunga e gloriosa carriera. Egli affermò che nessuna legge vietava agli atei di entrare nella Camera, e che le varie leggi di tal natura (in ciò aveva ogni ragione) avevano avuto a origine un caso individuale; quella del giuramento dei cattolici il caso di 0' Qonnell, quella degli israeliti, Rotschild e Salomons. E da notare particolarmente nel suo discorso la schietta ricognizione che il sentimento pubblico era opposto nella sua maggioranza alla legge; ma, come si era fatto in altre grandi epoche della storia inglese, quando le più giuste riforme non erano bene apprezzate dal pubblico, esempio appunto l'emancipazione dei cattolici, il dovere degli uomini di Stato e dei capi di partito era di unirsi per far fronte ai pregiudizii del popolo, illuminarlo, fargli sentire autorevolmente la voce della ragione e della giustizia. E la giustizia era appunto di non escludere alcuno dalla Camera per causa di opinioni in fatto di credenze. Gli avversarii si fondavano sul presupposto che una professione religiosa o la credenza nel soprannaturale fosse necessaria all' esercizio della vita parlamentare, ma ciò offendeva la libertà civile. Soprattutto si levava a maggiore e più nuova altezza quando sosteneva che, il giuramento, cui tanto si teneva, metteva la cristianità nel novero delle cose di cui si può fare a meno, quasi fosse un' escrescenza e non già sostanza vitale, e la sostanza fosse invece soltanto il nome di Dio. Secondo lui i limiti tra l'ateismo e le varie credenze non sono razionali, ed il semplice teismo è un principio pagano. Parecchi pagani, citò appunto Lucrezio, ammettevano come i Cristiani la Deità, ma senza quello che più importava, senza relazioni pratiche tra l'uomo e Dio. H male dell'età nostra non è la non credenza in Dio, l'ateismo, ma l'indifferentismo, la credenza in un Dio astratto e inerte, l'inconoscibilità dell' Essere e la vanità delle relazioni con lui. Voi, ammettendo quelli che credono in un tal Dio, abbracciate Lucrezio, come Voltaire e Robespierre. Ciò che occorrerebbe, e a ciò il giuramento attuale non provvede, sarebbe noti un Dio astratto ed inerte, ma la ricognizione pratica di un governo divino, verso cui si è responsabili delle proprie azioni. Tutta l'eloquenza di Gladstone fu vana. La Camera con 292 voti contro 289 respinse VÀffirmation bill. Né bastò. Bradlaugh chiesto di nuovo il 4 maggio alla Camera di giurare, sebbene appoggiato da Gladstone, fu respinto. Il ministero liberale non è caduto per questo, ma è indebolito; e i deputati inglesi, credenti 373 o no, bisogna che invochino nelp assumere le loro funzioni l'aiuto, di Dio. Sarà, come ha
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