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V.A. SIRAGO PER L'IDENTIFICAZIONE DI THURIAE

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V.A. SIRAGO PER L'IDENTIFICAZIONE DI THURIAE Estratto da RICERCHE E STUDI XII/ QUADERNI DEL MUSEO ARCHEOLOGICO PROVINCIALE «FRANCESCO RIBEZZO» DI BRINDISI 2 PER L'IDENTIFICAZIONE DI THURIAE Thuriae,
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V.A. SIRAGO PER L'IDENTIFICAZIONE DI THURIAE Estratto da RICERCHE E STUDI XII/ QUADERNI DEL MUSEO ARCHEOLOGICO PROVINCIALE «FRANCESCO RIBEZZO» DI BRINDISI 2 PER L'IDENTIFICAZIONE DI THURIAE Thuriae, urbs in Sallentinis, è diventata nella critica storica moderna una specie di città fantomatica che sfugge alle mani di chi crede di averla raggiunta, nel momento stesso in cui cerca di afferrarla. Non che scompaia, ma cambia posizione come un fantasma mobile. Per il LENORMANT 1 si tratta della Thurii greca, in territorio bruttio, quella che, come si è visto negli scavi dell'ultimo decennio, fu costruita su parte dell'antica area di Sibari. Per il MOMMSEN 2 si tratterebbe invece di Rudiae in Sallentinis (attenzione però: le Rudiae sono due!) oppure è forma corrotta di Uria, Oria, fra Taranto e Brindisi. Fu il MAYER 3 ad attirare l'attenzione che bisogna cercarla in provincia di Bari, senza peraltro impegnarsi sull'indicazione. Perciò il PAIS 4 credette di identificarla con Turenum, Trani. Il WUILLEUMIER 5 la collocava presso il Capo Iapigio, oggi S. Maria di Leuca. Infine il MELONI 6 non esita a concludere (Ibid. p. 119): «Resta acquisito che Livio conosce Turie a sud di Brindisi». In realtà, queste identificazioni si possono facilmente confutare. 1. Non può essere Thurii greca, sull antica Sibari (tesi del LENORMANT, ripresa più acutamente dal DE SANCTIS 7, perché i suoi abitanti da DIOD. XX sono detti bàrbaroi, cioè non greci. Senza dire che la tesi complicherebbe il resto del racconto, nella versione di Liv. 10, 2, che indica decisivo l intervento romano: resterebbe un busillis inspiegabile del come i Romani siano arrivati nel territorio di Thurii - Sibari. 2. Non può essere Rudiae o Uria (tesi del MOMMSEN), prima perché presupporrebbe una grave corruzione al nome Thuriae e poi lascerebbe senza risposta la domanda come i Romani poterono intervenire nel suo territorio, senza creare complicazioni politiche. 3. L'intuizione del MAYER fu certamente felice a localizzare la sede di Thuriae in provincia di Bari, ma la tesi Trani, cara al PAIS, che vi tornò con particolare insistenza, spiegherebbe bene lo sbarco di Cleonimo, nonché l intervento romano, come vedremo, ma non spiegherebbe come mai Cleonimo per attaccare Taranto sbarca a Trani. Senza dire poi che Trani non può assolutamente definirsi in Sallentinis: termine questo molto vago, ma non al punto da coinvolgere anche 1 Lenormant, La Grande Grece, Parigi I 1881, p Mommsen, Rom. Gesch. 13» ed. Berlino I, 1924, p Mayer, Apulien vor und wàhrend der Hellenisierung, Lipsia-Berlino 1914, pp. 367 ss. 4 Pais, Thuriae nelle Puglie, ad Liv. X 2, in Italia Antica II, pp. 149 ss, ripresa in Stor. di Roma V, p. 62 nota e p. 353 n Wuilleumier, Tarante des origines à la conquète romaine, Parigi 1939, p Meloni, L'intervento di Cleonimo in Magna Grecia, in Giorn. Ital. di Filologia II, 1950 p. 103 ss. 7 De Sanctis, Stor. dei Rom., II, p. 346. 3 Trani. Non solo in PLINIO (3, 105), ma per quasi tutte le fonti antiche la linea Rubi-Turenum è ancora in Apulia cioè nel territorio Dauno: è l ultima parte che confina col territorio Peucetio. 4. La tesi del WUILLEUMIER (Thuriae presso il Capo S. M. di Leuca, come colonia di Thurii-Sibari) presenta sempre le due gravi difficoltà: quella di ritenere greci i suoi abitanti, che invece risultano barbari , e quella di non poter spiegare l intervento romano. 5. La tesi del MELONI, autore così attento nel valutare ogni dato della tradizione, non regge per lo stesso motivo, di non spiegare le modalità dell intervento romano. I Romani entrano nel Salento solo dopo la guerra di Pirro, un trentennio dopo. Potevano avere rapporti diplomatici coi Salentini, ma nel 302 a.c, quando sarebbero accaduti gli avvenimenti, non avevano la facoltà di far passare i loro eserciti per vari territori non propri, senza previo consenso, lungo a ottenere, per aiutare eventuali alleati nel Salento. Il MELONI è stato indotto a quella conclusione da una specie di pregiudizio sul significato di Sallentini. Indotto dalla parola moderna Salento, non riesce a concepire l ubicazione di Thuriae a nord della linea Brindisi-Taranto. In realtà nelle fonti classiche c è una maggiore elasticità, minore rigore nell uso della parola. Per PLINIO (2, 240), Gnatia, città più vicina a Bari che a Brindisi, è indicata invece anch essa come città Sallentina: in Sallentino oppido Egnatia, inposito ligno in saxum quoddam ibi sacrum protinus flammam existere. Spesso la parola Sallentum non indica un limite preciso, anche per ragioni storiche, come nelle leggende locali non esisteva limite alla parola Peucetia, segno naturalmente dell unica origine illirica da cui derivavano sia i Peucetii della Terra di Bari, sia i Messapi del Brindisino, sia infine i Sallentini della prov. di Lecce. PL. 3, 99: Graeci Messapiam a duce appellavere et ante Peucetiam a Peucetio Oenotri fratre in Sallentino agro. La omogeneità iniziale avrà avuto differenziazione solo col tempo, ma non netta e precisa. Per cui l insieme di questi popoli prese il nome comune di Calabri. Il termine Calabria, comunemente creduto limitato a Sallentini e Messapi, viene esteso invece da Plinio e altre fonti anche ai Peucetii. Per cui troviamo la sorprendente denominazione delle città attorno a Bari come Calabri dell'interno . Famoso il passo di PL. 3, 105: Calabrorum mediterranei... Butuntinenses, Grumbestini, Norbanenses, Palionenses ( = quelli di Bitonto, di Grumo, di Conversano, di Palo del Colle). Alla luce di queste osservazioni, l indicazione di Liv. 10, 2: Thuriae, urbs in Sallentinis, non significa che Thuriae debba per forza trovarsi a sud della linea Brindisi-Taranto, cioè nel Salento attuale, ma anche più a nord, almeno fino all'altezza di Gnatia, anch essa detta oppidum Sallentinorum, se non più a nord, nel territorio comunemente detto calaber: dunque almeno fino a Bitonto. L'intuizione del MAYER che conosceva bene la contrada e il vocabolario antico era giusta, insistendo a immaginare Thuriae in un posto della prov. di Bari. Ora, tra i Calabrorum mediterranei ricordati da PL. 3, 105, cioè tra le città che sono alle spalle di Bari nella terraferma, sono nominati anche i Tutini, che non corrispondono a popolazione di nessuna località del Barese, ma con lieve correzione graficamente semplice possono trasformarsi in Turini (come 4 suggerisce il PHILIPP, S.V. nell Enc. Pauly-Wissowa ). Sarebbero così dunque indicati gli abitanti di Thuriae, esistenti quindi in una zona non lontana da Bari (tra i Calabrorum mediterranei), in un posto dove nell epoca moderna esiste una città di Turi, che non può essere spuntata come un fungo ma deve aver continuato una tradizione. E poiché la Tburii-Sibari del Bruttium scomparve ben presto all inizio del Medioevo, senza lasciarvi più traccia (come si sa, nel mondo moderno si è ricercata per secoli la sede dell antica Sibari, e solo in questo ultimo decennio è stata trovata ed è stato dimostrato che Thurii fu la città ricostruita su una piccola parte dell antica area di Sibari), la Turi della prov. di Bari non ha nessun legame con la città Bruttia, ma nel nome deve ripetere qualcosa della toponomastica antica, del suo territorio o tra quelli circostanti. Cosi abbiamo localizzato il posto dove andrebbe ricercata la sede dell antica Thuriae, giustamente detta in Sallentinis, per distinguerla dall omonima città greca del Bruttio, Thurii-Sibari. Ora, a una quindicina di km. a sud della moderna Turi, ma in territorio di Gioia del Colle, sulla strada che da Gioia porta a Putignano, nella località detta di Monte Sannace, ci sono notevoli rovine di un antica città Peucetia, in posizione dominante sulla Murgia, con orizzonte aperto non solo all interno sulla conca oggi detta Sella di Gioia, ma anche verso il M. Ionio in direzione di Taranto, in vista di Mottola e di Castellaneta. Scavi e studi recenti hanno potuto valutare l importanza urbana dell ignota città e il suo alto livello civile risalente a tempo antichissimo, precedente ad ogni influsso ellenico 8. Alla valorizzazione dei reperti archeologici hanno contribuito validamente studiosi di Gioia del Colle, prima il compianto prof. ARM. CELIBERTI, una colonna della cultura classica in Gioia, e più recentemente l entusiasta e appassionato prof. ANT. DONVITO, che è riuscito con la collaborazione di giovani studiosi ed enti pubblici, a raccogliere il meglio dei reperti archeologici in un Museo Comunale, superbamente allestito nei capaci locali del Castello Svevo che severo ed elegante domina sul maggiore rialzo di Gioia del Colle. Dai reperti si può ricostruire, nelle linee generali, la storia dell ignota città di Monte Sannace, come ha degnamente fatto il DONVITO 9. Diciamo subito che l ubicazione di queste rovine, che dominano sia la conca di Gioia che il terreno degradante che scende al M. Ionio, dove spiccano Castellaneta e l altura di Mottola, e l importanza di esse non possono ammettere che il potere politico dell ignota città non si estendesse sul vasto orizzonte in lontananza, limitato solo dal mare (lido oggi detto di Castellaneta). Questa ignota città Peucetia dovette per forza scontrarsi con Taranto, ogni volta che la città dorica cercò di allargare il suo territorio all interno. Saranno stati i cittadini di questa ignota città a preoccuparsi della sconfitta dei Messapi ad opera dei Tarantini verso l inizio del V sec. a.c. (PAUS. 10, 10, 6). Avranno avviato l alleanza coi Messapi e insieme saranno stati sconfìtti ancora una volta dai Tarantini (PAUS. 10, 13, 10). Ma insieme avranno battuto i Tarantini nella feroce 8 Cfr. N. De Grassi, sovrintendente alle Antichità per la Puglia, Una città dell antica Puglia, Monte Sannace, Le vie d'italia 6, 1960, pp. 772 ss.; B. M. Scarfì, che vi ha lavorato per cinque anni, L'abitato peucetico di Monte Sannace, volume pubblicato a spese dell Accademia dei Lincei, Notizie Scavi, Roma 1962, Ser. VIII, vol. XVI. 9 Donvito, La documentazione archeologica di Gioia del Colle, Annali del Liceo... Virgilio , Bari 1970, pp 5 battaglia del 471 a.c, ove fu operato il più grande massacro di Greci a memoria d uomo ricordato da ERODOTO (7, 170). I testi antichi parlano di Messapi e Peuceti collegati, senz altra precisazione. I Peuceti più vicini ai Messapi erano quelli dell ignota città di Monte Sannace, al fianco dei quali, sul Mar Ionio, erano situati i Genusini, anche loro Peucetii. Ma se la partecipazione di Genusia è ipotetica, non da escludere del tutto, quella di Monte Sannace è certa, oltre che verisimile. Ma le guerre rappresentano nella storia solo momenti critici nei rapporti fra i popoli: i popoli confinanti, per quanto nemici, finiscono sempre col conoscersi meglio e influenzarsi a vicenda. I reperti di Monte Sannace dimostrano che dopo la data della battaglia per oltre un secolo ci fu buona intesa coi Greci di Taranto: la penetrazione greca proprio allora accelera il suo ritmo e il suo volume. Se Monte Sannace corrisponde all antica Thuriae, proprio a quel periodo tra V e IV sec. a.c. il caduceo di bronzo trovato a Brindisi con l iscrizione αµόσιον Θουρίον / αµόσιον Βρεντεσίνον che attesta l alleanza di Thuriae con Brundisium, grande centro Messapico ma entrambi ellenizzati 10. Per accettare tutto questo, bisogna sgombrare un'altra falsa opinione, abbastanza corrente tra gli studiosi moderni, l'identificazione dell'antica Mateola o Mateolum con Mottola attuale (cfr. ancora il PHILIPP, S.V. in P. W. ). Essi pensano a Mottola solo per una certa assonanza del nome: per tradurre in atto la loro opinione, i cartografi disegnano un territorio che si stringe tra quello Messapico e quello di Genusia, trascurando naturalmente la presenza della città di Monte Sannace da essi ignorata, e lo fanno scendere a mare, con una lingua di terra tra Massafra (ancora in territorio Tarantino) e la vicina Ginosa 11. Gli abitanti di Mateolum, detti Mateolani, sono inseriti da PL. 3, 105 in un elenco di Apuli, cioè di Pugliesi della Capitanata, cui compete sicuramente il nome di Apuli. Ora, Mateolum non può corrispondere a Mottola per le seguenti considerazioni: a) a breve distanza da Mottola c è l abitato di Monte Sannace, centro Peucetio di grande rilievo che presuppone un largo territorio, una larga sfera d azione; b) l etnico termina in -anus, sotto l influsso osco, quindi a stretto contatto con popolazioni di cultura osca, mentre Mottola si trova tra i Messapi, Taranto greca e Genusia di cultura peucetia, fortemente influenzata da Metaponto greca. In genere gli influssi osci in Puglia sono nelle contrade a stretto contatto con la cultura osca, o in Capitanata a contatto coi Sanniti, donde da Aeca l etnico Aecanus, da Asculum Asculanus, o sul confine Apulo-Lucano, dove c è Silvium, forma osco-latina di Sidion greca, forse Sidwiuon peucetia. Lontano da popolazioni di cultura osca non c è etnico in -anus. Possono essere entrati suffissi latini in -ensis, ma non osci: per cui da Butuntum Butuntinenses, da Palion Palionenses, da Norba Norbanenses, con suffissi latini ancora numericamente limitati in confronto del suffisso -inus, tipicamente illirico, Grumbestinus, Egnatinus, Thurinus, Brundisinus, ecc. C'è infine un altra difficoltà: dagli elenchi riportati da Plinio si avrebbe una popolazione Apula , cioè Dauna, incuneata tra Messapi e Peucetii, cioè 10 Cfr. E. Pais, Storia d. Sicilia e d. Magna Grecia, Torino 1894, pp. 345 n. 2 e 381 n. 3; I. G. XIV 672; S. Gervasio, Iapigia 1932, p Murray, nel Hand Classical Maps, London. 6 comunemente denominati Calabri. Sarebbe una stranezza inaccettabile. In realtà Plinio nell elenco degli Apuli cita popolazioni della Puglia del nord stanziata fino alla linea Rubi-Silvium, Ruvo-Gravina (e fin qui va bene). Ma insieme coi Silvini, nomina i Genusini e i Mateolani, anch essi come Apuli, i quali invece sono Peucetii. Di questa stranezza ritengo che si possa dare un unica spiegazione: Silvini, Mateolani e Genusini dovevano trovarsi tra l Appia e il confine lucano ed erano direttamente collegati, tramite la Via Appia, col resto dell Apulia, cioè col Tavoliere, una delle cui massime città era considerata Venusia, nodo fondamentale dell Appia. Pertanto Mateola o Mateolum deve corrispondere alla moderna Matera, il cui territorio riempirebbe il vuoto tra quello di Silvium (Gravina) e quello di Cenusia (Ginosa). In quel posto, l etnico ha subfto l'influsso osco dei Lucani, ed ha preso il suffisso -anus: gli abitanti si sono chiamati Mateolani. Legati anch'essi all Appia, tra Silvini e Genusini, sono stati considerati apuli, cioè collegati idealmente a Venusia, territorio apulo per eccellenza. Sgombrati dunque da Mottola e collocati a Matera, i Mateolani lasciano spazio libero agli abitanti di Monte Sannace, che secondo l importanza del loro centro abitato possono scendere su Mottola e Castellaneta e giungere fino alla costa Ionica, tra Genusini e Tarantini. In tal modo rafforzano meglio la nostra identificazione: la città di Monte Sannace sarà proprio Thuriae, non lontana dalla moderna Turi, collocata in Sallentinis, come vuole Livio cioè in territorio interno, parallelo a quello di Egnatia, anch essa oppidum Sallentinum, infine a stretto contatto coi Messapi, ma anche confinanti coi Tarantini, con proprio accesso al mare. Ma vediamo ora le operazioni di Cleonimo nel a.c. Nel 304, terminata la Guerra Sannitica, Romani e Lucani sono alleati, con grande paura di Taranto. Giungono così a Sparta i messaggeri Tarantini a invocare l aiuto contro i Lucani 12. Il principe spartano Cleonimo accetta (era stato escluso pel suo carattere prepotente dalla successione regale da suo padre Cleomene II morto nel 310, che gli aveva preferito il fratello Acrotato). Cleonimo fa i preparativi nella primavera 303 e sbarca a Taranto. Il suo carattere dispotico e autoritario non può piacere ai Tarantini, abituati da un secolo e mezzo a vita democratica. Nell estate essi fanno pace coi Lucani, i quali sono atterriti dai preparativi di Cleonimo (il MELONI esclude che ci sia stato uno scontro armato). Pace chiesta dai Lucani, ma data volentieri dai Tarantini, vogliosi ormai di liberarsi dal prepotente protettore. La pace coi Lucani sarà stata estesa anche ai Romani. Escluso da Taranto, Cleonimo induce sotterraneamente i Lucani ad assalire Metaponto: così si fa chiamare come alleato ed entra in città. I Lucani si ritirano, e Cleonimo impone a Metaponto un gravissimo prezzo per la sua alleanza, la consegna di 200 giovani donne, tra nubili e sposate, a titolo di ostaggi. L autore greco che riferisce i fatti è indignato di questa richiesta, quale non s era mai verificata nel mondo greco, ancor più spregevole in quanto aveva lo scopo riposto di soddisfare alla libidine di Cleonimo 13. I Metapontini, occupati dai soldati di Cleonimo, sono costretti ad accettare. 12 Seguiamo la cronologia fissata da P. Meloni, op. cit., pp Douris, Fragm. 37; Muller p. 478; Jacoby II B, p. 144, da Athen. 13, 84 p. 605 DE. 7 Nell inverno fra 303 e 302 il generale spartano dapprima ventila il disegno di recarsi a Siracusa per abbattere la tirannide di Agatocle: ovviamente, dietro invito dei fuoriusciti Siracusani. Poi rinuncia e nella primavera del 302 volge la sua attenzione all isola di Corcira: difatti vi sbarca ed occupa facilmente l isola. Nell estate torna un altra volta in Italia, per punire Taranto che ha nel frattempo rotto gli accordi precedenti. La situazione politica di Taranto è cambiata totalmente: due anni prima aveva invocato l intervento di Cleonimo per paura dei Lucani alleati dei Romani. L anno precedente si era pacificata sia coi Lucani che coi Romani. Il MELONI attribuisce a quell epoca (estate 303) l accordo fra Taranto e Roma, ove entrava la famosa clausola dell impegno romano a non oltrepassare il Capo Lacinio (come si sa, l infrazione di questa clausola produrrà il casus belli per lo scoppio della futura guerra fra Taranto e Roma). Nel 304 i Romani avevano fatto pace coi Sanniti; nel 303 convenne loro chiudere sul fronte pugliese perché occupati in altri impegni in Italia centrale: perciò si spiega l accordo con Taranto. Questa dunque, l anno seguente 302, dovette rifiutarsi di pagare altre tangenti al gravoso protettore, ed egli si mosse da Corcira e venne in Italia per punirli. Non furono questa volta i Metapontini a muoversi, perché interessati a riavere gli ostaggi: verosimilmente Cleonimo, rientrato nel Golfo Ionico, sbarcò a Metaponto o nei pressi e iniziò la marcia contro Taranto. Fu pertanto costretto ad attraversare il territorio dei Turini Peucetii: e questi si opposero. Cleonimo dovette inseguirli e si diede a saccheggiare il territorio. C è il ricordo di un castello o fortilizio Turino, chiamato Tropion, occupato da Cleonimo. Senonché, alle spalle dei Turini c erano i Romani, che si mossero in tempo in loro aiuto. E qui seguivano i fatti conclusivi in due versioni diverse esposte da Livio (10, 2): l una voleva che Turini e Romani sconfiggessero Cleonimo gravemente, fino a costringerlo a rifugiarsi sulle navi, e reimbarcarsi precipitosamente; l altra che Cleonimo alla notizia dell intervento romano preferisse indietreggiare senza combattere, reimbarcarsi e tornare a Corcira. Comunque, l intervento romano fu decisivo, sia per Thuriae che per Taranto. Se poi si chiede come potessero accorrere i Romani in sì breve tempo e con tanta sollecitudine, non dimentichiamo che nel 315, durante la Guerra Sannitica, essi scendendo dal nord nel centro della Puglia avevano occupato Kailia, Ceglie presso Bari (DIODOR. 19, 10); che nel 312 avevano compiuto una serie di operazioni per scacciare i Sanniti da Talion e cittadine dei dintorni (DIOD. 20, 26), che in altra occasione dietro la guida del PAIS ho creduto identificare con Palion, Palo del Colle, e tra le cittadine dei dintorni ci sarebbe stata anche Grumo; che infine nel 306 i Romani avevano sicuramente scacciato i Sanniti da Silvium, l odierna Gravina (DIOD. 20, 80). Alla fine della Guerra Sannitica Roma dunque era attestata sulla linea Ceglie-Palo-Grumo-Gravina. Se poi si os
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